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Emma Walmsley, ceo Gsk
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Le big pharma tornano a investire nell’oncologia

di Giulia Venini
12 luglio 2026, 13:00

I colossi farmaceutici putano sulla ricerca anticancro attratti dagli alti rendimenti delle terapie. Un settore da 200 miliardi di dollari che spinge ora su nuovi medicinali e guarda a importanti acquisizioni. L’analisi di Scope

Le aziende farmaceutiche stanno rivalutando l’oncologia perché il risultato economico in caso di successo di una terapia è diventato potenzialmente enorme. Secondo un’analisi di Scope Ratings l’esempio più grande di questo paradigma è l’acquisizione a inizio giugno da parte della big pharma britannica Gsk (GlaxoSmithKline) - quotata a Londra e a New York -, di Nuvalent, listata al Nasdaq, operazione dal valore di 10,6 miliardi di dollari.

Nel 2014 Gsk aveva venduto il proprio business oncologico a Novartis, una delle società più importanti del settore, per circa 16 miliardi di dollari. Ai tempi l’oncologia era vista come molto rischiosa: richiedeva enormi investimenti in ricerca e sviluppo e i tassi di fallimento erano elevatissimi. Non che oggi la situazione sia differente.

Evitare l’oncologia è sempre più rischioso

Ma, come spiega Sabrine Boudella, director della divisione corporate ratings di Scope a Milano-Finanza, «per le grandi aziende farmaceutiche, nel lungo periodo, evitare un segmento come quello oncologico potrebbe rivelarsi sempre più rischioso rispetto a puntare in modo selettivo su alcune opportunità». Il rischio è restringere l’accesso a una delle principali fonti di innovazione e crescita del comparto.

«Vale la pena rivalutare l’equilibrio rischio-rendimento nel settore oncologico. Le aziende con una significativa esposizione all’oncologia tendono ad avere pipeline di R&S più profonde e ampie, il che potrebbe migliorare le loro opzioni strategiche e il loro potenziale di crescita se l’intelligenza artificiale contribuisse ad accelerare o migliorare lo sviluppo», spiega l’analista.

Quanto rende il comparto

L’oncologia è infatti ormai il segmento più importante della farmaceutica, con vendite annue che si aggirano tra i 215 e i 220 miliardi di dollari, rappresentando così il 18%-20% dell’intero mercato del settore a livello mondiale. Altre aree come l’immunologia, il diabete o le malattie cardiovascolari sono più piccole e frammentate o soggette a maggiori pressioni sui prezzi. E le recenti mosse delle big pharma lo stanno testimoniando.

Gli esempi più recenti vedono per lo più acquisizioni selettive «bolt on», cioè quando una piccola azienda specializzata viene integrata da una più grande, che vuole accaparrarsi le sue competenze. E non sono nemmeno poche le operazioni messe a segno. Un esempio? «L’acquisizione da parte di Gsk di IDRx nel campo dei tumori stromali gastrointestinali», o quella «di Eli Lilly del programma oncologico PI3Ka di Scorpion Therapeutics», ma anche il rilevamento «di SpringWorks Therapeutics da parte di Merck KGaA nel campo dei tumori rari», elenca Boudella di Scope.

Alcuni esempi di successo

Tra i successi medicinali più rilevanti ci sono lo Keytruda di Merck, che nel 2025 ha generato circa 31,7 miliardi di dollari di ricavi, e Darzalex di Johnson & Johnson, le cui vendite hanno superato i 10 miliardi. Si tratta di anticorpi monoclonali, ovvero proteine create in laboratorio per potenziare il sistema immunitario e spingerlo ad attaccare le cellule tumorali.

Entrambi i trattamenti, si legge nel report, «si sono evoluti da farmaci destinati a una singola indicazione terapeutica a vere e proprie piattaforme di trattamento multi-indicazione e multilinea. Il loro successo in diversi tipi di tumore, nelle fasi più precoci della terapia e in combinazione con altri farmaci dimostra come i medicinali oncologici possano raggiungere una straordinaria ampiezza commerciale e una lunga durata nel tempo». Dunque, commenta Boudella, «Gsk si sta assumendo rischi clinici e di esecuzione senza alcuna garanzia di successo, ma lo sta facendo con asset oncologici in fase avanzata dal notevole potenziale di crescita».

Alla base di questa rivalutazione c’è una maggiore maturità dei modelli di ricerca, nella direzione di strategie più mirate, «come lo sviluppo guidato dai biomarcatori e la medicina di precisione», nonché una migliore selezione dei pazienti eleggibili e trial meglio progettati che «stanno migliorando i tassi di successo, sebbene rimangano strutturalmente bassi».

Il ruolo dell’AI e la posizione italiana

È presumibile che nei prossimi anni a giocare un ruolo primario sarà l’intelligenza artificiale. Non è da escludere che progressi nell’AI supporteranno la scoperta di farmaci, anche se mancano ancora prove convincenti su impatto e tassi di successo. Quanto all’Italia, conclude l’analista di Scope, il Paese «non è posizionato come gli Usa nel campo dell’oncologia: il suo ecosistema di finanziamenti nel settore biotecnologico è molto più piccolo e limitato».

Tuttavia «vanta una solida competenza oncologica negli ospedali e nei centri accademici. Se un’azienda italiana che sviluppa farmaci riuscisse a mettere a punto un prodotto oncologico davvero innovativo», è facile che trovi «un partner o un acquirente tra le aziende farmaceutiche globali, piuttosto che diventare un leader indipendente nel comparto a livello mondiale». (riproduzione riservata)



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