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I 35 anni di MF → VAI AL DOSSIER
Attilio Ventura, Angelo Tantazzi, Stefano Preda e Massimo Capuano
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La storia di Mf, il quotidiano finanziario di Class Editori raccontato dal suo primo giornalista

di Danilo Caselli
22 aprile 2024, 01:57

I cronisti a raccogliere rumors tra gli agenti di cambio nel parterre della borsa a Palazzo Mezzanotte. Così capitani d’industria e manager del credito diventarono i divi dell’informazione finanziaria | Silvio Berlusconi, la storica intervista del 1981 a Capital che creò il mito di Mister Tv

Ebbi una grande fortuna: fui il primo assunto a MF, il quotidiano dei mercati finanziari, che al tempo nacque con le stesse motivazioni di Milano Finanza, che Paolo Panerai aveva inventato nel 1986 per raccontare l’economia e la finanza da editore libero.

Allora in finanza contavano i cognomi

L’intermediazione vera di borsa, al tempo, era individuata per cognomi di persone fisiche come: Aloisio, Foglia, Ventura, Pastorino, Giubergia e così via. Oggi quei cognomi non ci sono più o si sono trasformati in ragioni sociali di società per azioni. I primi erano gli agenti di cambio, persone fisiche, che intermediavano grandi capitali attraverso i procuratori alle grida in borsa.

Per un inconsapevole destino la storia dei 35 anni in MF cominciò per me molto prima. A cavallo fra gli anni 70 e 80 ero un giovane studente di elettronica: vivevo con la nonna a Montalcino e frequentavo le scuole superiori a Siena. A colpirmi nella sola edicola del paese fu un giorno una testata con copertina scura: Capital, direttore Paolo Panerai.

Nel primo numero: Giorgio Falck. Capitano di industria siderurgica e capitano di barche a vela, la sua passione fuori dalle acciaierie. Capital raccontava i capitani di industria, le loro storie, le loro passioni e raccontava di un mondo che stava nascendo. In fondo al mensile, una trentina di pagine color carta da zucchero parlavano di denaro e spiegavano gli investimenti. Nacque da quelle pagine l’inconsapevole passione per un mondo che, per me, era ancora lontano anni luce. Per tanti anni collezionai e conservai come reliquie quei numeri mensili di Capital.

Quella telefonata di 35 anni fa

Poi un giorno, nel febbraio del 1988, mi giunse una telefonata: «Sono Paolo Panerai», mi disse. E da allora i destini si incrociarono. La telefonata arrivò in un desertificato piano di centinaia e centinaia metri quadri del palazzo B2 di Milanofiori. Era la ex sede di Italia Oggi, il quotidiano lanciato negli anni ‘80 dal gruppo editoriale Ipsoa, in contrapposizione al dominante Sole 24 Ore edito da Confindustria. Ed io, non ancora giornalista ma con laurea in Scienze Statistiche, producevo Borsa Mese, un inserto mensile che gettava le basi dell’analisi tecnica, degli indici di borsa e dei titoli quotati.

«Sono Paolo Panerai», mi disse, «vorrei conoscerti, ho un progetto in mente». Non passò una settimana che il mio nuovo posto di lavoro era in corso Italia, sede al tempo di Class Editori, casa editrice di Milano Finanza e dal 1989 anche di MF. Con Gabriele Capolino ci incontrammo la prima volta nello stretto corridoio davanti alla porta del direttore. Ci presentò dicendomi: «Lui è Capolino, un bravissimo commercialista». Be’, pensai, nel giornalismo finanziario uno che ci capisce serve.

Così nacque Mf

Cominciò così questa storia. Non era un mondo tranquillo, era poco trasparente e, quindi, pericoloso. Dove i crack finanziari degli operatori finanziari, veri o presunti, si susseguivano con regolarità. Venivano inventati ad arte e prima o poi capitava a tutti di essere al centro di rumors del parterre di borsa, di aver preso una barca, cioè di essere a un passo dal collasso finanziario per aver fatto il pieno di titoli andati poi in senso opposto allo sperato.

I giornalisti, addetti a raccontare il giorno dopo la seduta del giorno prima in borsa, entravano nel parterre con un apposito permesso, ognuno poi girava bancone dopo bancone degli agenti, rastrellando le storie dei procuratori che spiegavano, ognuno secondo la propria interpretazione, i perché scendesse o salisse un determinato titolo. O come stesse evolvendo una determinata situazione. Erano questi rumors, queste supposizioni, questi ragionamenti di borsa a smuovere il mercato e i titoli quotati. Distinguere il vero dall’immaginario non era facile. Tornavi in redazione dopo il pranzo con i procuratori nei ristoranti intorno a Piazza Affari e cominciavi a discernere con il caporedattore il vero dal possibile, il reale dall’immaginario e dai velenosi messaggi incrociati. Cominciava così a imbastirsi il racconto della giornata di borsa.

Palazzo Mezzanotte negli anni ‘80 e ‘90

Entrare nel parterre di Piazza Affari da una porticina a fine salone era come entrare in una bolgia. Un concentrato di casino inimmaginabile, una bomba nucleare di emozioni. Ho trascorso lì molti anni e non ho mai capito come il risultato di centinaia di miliardi di lire di scambi nascessero da un tappeto di foglietti bianchi sul parterre con sigle incomprensibili. Gli anni ‘80 e ‘90 sono paragonabili per l’industria e per la finanza all’esplosione della musica rock. Avvenuta in sovrapposizione sullo stesso periodo. Agnelli, Gardini, De Benedetti, Ligresti, Pesenti, Pirelli e poi Tronchetti Provera, Berlusconi, Cuccia e Maranghi di Mediobanca, banchieri come Cesare Geronzi, Lucio Rondelli, Luigi Fausti erano per i giornalisti come i Pink Floyd, i Genesis, Crosby Still Nash &Young, Emerson Lake & Palmer del rock di quel periodo. Mediobanca, attore di tanti mega-progetti industrial-finanziari e il continuo incrocio di partecipazioni fra scatole cinesi erano linfa di cronaca, fonte di tutte le deduzioni possibili che poi diventavano scenari negli articoli di stampa.

La finanza a cavallo dei due millenni

Poi arrivarono la stagione di Mani Pulite, l’uscita dell’Italia dallo Sme, la svalutazione del marco, la crisi economica. Pian piano, dal 1998 partì un crescente entusiasmo per una fine del secolo che si presentava come un periodo in cui tutto poteva accadere. Nel marzo del 2000 l’indice di borsa toccò il suo massimo storico. L’euforia durò poco, purtroppo. La prima crisi globale del secolo nuovo fu la bolla nel 2001 dei titoli Tmt, ovvero di tutti quelli che legavano tecnologia, comunicazione e sviluppo a internet. Fu pensiero comune che internet avrebbe portato miracolosamente alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Solo più tardi ci si rese conto che internet, associato allo sviluppo digitale, voleva dire in realtà un sacco di cose gratis. E i conti non tornavano più: tutti quei titoli che miracolosamente avevano raggiunto valori stratosferici dovettero prendere atto della realtà e caddero a picco in pochi mesi. Poi arrivò l’attentato alle Torri Gemelle e il mondo cambiò di umore.

La seconda crisi mondiale della finanza cominciò nel 2008, scatenata dall’eccesso dei mutui americani che fecero scoppiare la bolla immobiliare. Anche in quel frangente l’Italia visse momenti devastanti, con shock che avvenivano quasi tutti d’estate: con ribassi del 5, del 6 e anche del 9% in un giorno. Il fallimento di Lehman Brothers, ossia di quello che fino a quel momento era considerato un vero e proprio gioiello della finanza mondiale, innescò una tempesta perfetta sui mercati finanziari.

Quando gli italiani si svegliarono dall’idillio

Ricordo tutti gli agosto in redazione. E ricordo anche un fatto che in quei tempi consideravo inspiegabile e cioè che tutto quello che vivevo in diretta era lontano dai pensieri delle persone comuni. Tale era infatti il contrasto fra la serenità della gente nelle spiagge durante il week end e i più cupi pensieri con cui giungevo in Toscana dopo giorni di devastazione finanziaria. «Ma non vi rendete conto di che cosa sta accadendo?», ammonivo io. Sembravo il predicatore quaresimalista che annunciava la fine del mondo. Così con gli amici del mio paesello smisi di parlare di finanza e di distruzione di ricchezza in un Paese sull’orlo del collasso. Fino a quando, nel 2011, all’improvviso arrivò il governo Monti, e allora le tasche di tutti presero coscienza della situazione.

Davanti al mio portone di casa c’è l’unico forno di Montalcino. Andrea Lambardi si sveglia tutte le mattine alle 4 per cominciare a impastare. Lo fa da sempre. Io, quando sono lì, ho il privilegio della sveglia con il profumo del pane caldo. Un sabato mattina, al culmine della mano pesante della Troika sulla Grecia, mi fece: «Hai visto la Grecia? È fallita! Ora i loro Btp o Bot sono da comprare». Rimasi sbalordito. Non gli ho mai chiesto se poi l’avesse fatto, forse aveva ragione lui.

L’imprenditore italiano ha perso il coraggio di un tempo

E oggi? Gli storici grandi capitani dell’industria e della finanza o non ci sono più o sono stati spazzati via da vicende giudiziarie, il giornalismo finanziario è spesso come un flûte di champagne dimenticato per qualche ora e senza più bollicine o una vela sbolinata.

L’Italia dei capitani e dei poli industriali è diventata, come nel lusso, terra di conquista delle sue eccellenze o campione delle deindustrializzazioni verso la Cina. Nell’ultimo decennio si è verificato un ridimensionamento continuo. Lo testimonia il numero delle società quotate all’ex Aim, il mercato delle piccole e medie imprese, oggi Esg, In pochi anni listino è passato da qualche decina di società a un numero a tre cifre, mentre si sono arenate le quotazioni sui listini maggiori dove invece hanno prevalso i de-listing. La sintesi potrebbe essere questa: il genio italiano non ha perso la proverbiale e innata capacità creativa e imprenditoriale, ma non ha più il coraggio o la follia di quegli imprenditori che li hanno preceduti. Ma il passato è passato, mentre per il futuro una cosa è certa: MF e i suoi giovani redattori saranno lì a raccontarlo.

La mia seconda fortuna in via Burigozzo 5

Dopo la telefonata ho avuto una seconda fortuna. Quella di aver avuto come direttore un maestro, Pier, ovvero Pierluigi Magnaschi, uno che insegna senza che tu ti renda conto, che ti trasmette principi di vita mascherati da regole professionali. Con lui 18 anni, da praticante a condirettore di MF. Ti lasciava mano libera, ma non dovevi sbagliare a leggere la cronaca del giorno nell’intensità dei fatti. Funzionava così: alle 7 tu andavi da lui a raccontarla e allora lui prendeva un foglio bianco e una penna e metteva al volo titoli, occhielli e sommari di una semplicità disarmante.

Un principio di Pier che non mi abbandona è: «Devi lavorare pensando di avere una valigia accanto, perché l’editore ti può sempre mandare via, in qualsiasi momento». Era più un monito alla correttezza professionale che un consiglio. E poi l’unico complimento in 18 anni: accadde sull’interpretazione di un fatto di cronaca: «Sei intelligente, anche se non lo sembri». (riproduzione riservata)



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