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Sam Altman
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La ragnatela di OpenAI per riuscire a fare investimenti colossali

14 novembre 2025, 20:40 Ultimo aggiornamento: 20:54

La società di Sam Altman allarga lo spettro delle alleanze e diversifica i fornitori, creando un ecosistema dell’intelligenza artificiale simile a un circuito chiuso. Obiettivo: mobilitare ogni risorsa disponibile 

«Too big to deflate», ovvero «troppo grande da sgonfiare»: è il mantra del momento e fa riferimento non solo al titolo Nvidia ma a tutto l’ecosistema dell’ìntelligenza artificiale, che non pochi osservatori considerano ormai in bolla. I protagonisti del settore sono sempre più legati fra di loro. E c’è il rischio che la caduta di uno di loro trascini nel gorgo tutti gli altri.

L’infografica qui a fianco mostra i legami che intercorrono tra Nvidia e molte altre società del settore, prima fra tutte OpenAi. E in effetti la società di Sam Altman è il vero centro di questa ragnatela di accordi che si sta allargando sempre di più.

Come dice Stefano Mainetti, esperto di tecnologie digitali, che si tratta di «un circuito chiuso in cui le aziende del settore investono reciprocamente tra loro per poi reinvestire quei capitali nell'acquisto di beni e servizi dalle stesse realtà con cui sono intrecciate. È un meccanismo sofisticato che serve a sostenere valutazioni stratosferiche e a orchestrare una domanda apparentemente inesauribile per il bene centrale di questo universo: la capacità di calcolo».

I poli gravitazionali del sistema sono Nvidia e OpenAI: la prima fornisce capacità di calcolo alla seconda che, per poter sviluppare la sua intelligenza artificiale, ne chiede sempre di più alla prima. Lo scorso settembre Nvidia ha annunciato l'intenzione di investire fino a 100 miliardi di dollari in OpenAI per finanziare la costruzione di un'enorme infrastruttura di data center per l’AI che abbia una capacità di almeno 10 gigawatt, utilizzando milioni di Gpu Nvidia di prossima generazione.

Una fame inestinguibile

Altro cardine del sistema è l'alleanza strategica fra OpenAi e Microsoft. La società guidata da Satya Nadella finora ha investito ben 13,8 miliardi di dollari in quella di Altman. In cambio, Microsoft ha ottenuto una partecipazione di circa il 27% nella divisione a scopo di lucro di OpenAI (OpenAI Group Pbc) e i diritti esclusivi per commercializzare i modelli di intelligenza artificiale di OpenAI attraverso i propri servizi cloud Azure.

Ma la fame di OpenAi è inestinguibile e allora ecco a inizio mese l’accordo da 38 miliardi di dollari con Amazon Web Services (Aws), la divisione cloud di Amazon: la società di Altman utilizzerà i data center e la potenza di calcolo di Aws per l'addestramento e l'esecuzione dei suoi modelli di intelligenza artificiale su larga scala. L'accordo garantisce inoltre a OpenAI l'accesso immediato a un numero considerevole di Gpu Nvidia, oltre ai chip personalizzati di Aws. La saggezza dice che è meglio diversificare i fornitori e Altman lo sta facendo.

Il quadro viene completato dai concorrenti di OpenAI e del suo chatbot ChatGpt: i più accreditati sono Google con il suo chatbot Gemini; Anthropic di Dario Amodei e della sorella Daniela con il chatbot Claude; Meta con i suoi modelli di intelligenza artificiale come Llama, un'alternativa open source; Perplexity e ancora Microsoft, che sviluppa soluzioni interne, come Copilot. Senza dimenticare xAI di Elon Musk. Ci sono poi i chatbot cinesi ed è curioso notare che in una gara di trading di criptovalute che si è tenuta fra ottobre e l’inizio di novembre, le AI cinesi hanno stracciato quelle americane: ha vinto Qwen 3 della cinese Alibaba mentre ultima è arrivata ChatGpt.

Come superare i limiti fisici

Ma per vincere la gara generale (non quella del trading), i colossi dell’AI riusciranno a costruire tutta l'infrastruttura fisica necessaria? E se sì, i prodotti basati sull'intelligenza artificiale che ne deriveranno genereranno entrate sufficienti a ripagare l'investimento? Secondo Jim Schneider, analista senior di Goldman Sachs, al momento ci sono «infiniti» fondi disponibili per costruire nuovi data center. Ma esistono limiti fisici assoluti alla velocità con cui può essere consegnato tutto ciò di cui hanno bisogno: chip, server, sistemi Hvac, trasformatori, turbine a gas, linee elettriche e centrali elettriche. Di conseguenza alcuni progetti stanno già subendo ritardi. Pur consapevoli di questo, le Big Tech stanno investendo più che mai in infrastrutture di intelligenza artificiale.

OpenAI, Anthropic e altre startup continuano a perdere denaro e devono finanziare la maggior parte dei loro investimenti emettendo debito. Gli analisti di JPMorgan Fundamental Research hanno creato un modello finanziario che proietta l'investimento totale nelle infrastrutture globali di intelligenza artificiale fino al 2030, tenendo conto delle limitazioni fisiche. La cifra ammonta a 5.000 miliardi di dollari. Poi hanno calcolato quanti nuovi ricavi queste aziende dovranno generare per giustificare quell'investimento. Il risultato: i prodotti di intelligenza artificiale dovrebbero generare ulteriori 650 miliardi di dollari all'anno, a tempo indeterminato, per offrire agli investitori un ragionevole rendimento annuo del 10%. Si tratta di oltre il 150% del fatturato annuo di Apple, ben lontano dagli attuali circa 20 miliardi di dollari di fatturato annuo di OpenAI.

Come far quadrare i conti? Se qualcuno se lo chiedesse seriamente la bolla sarebbe già scoppiata. Ma forse bisogna lasciare da parte la mentalità del ragioniere. Sembra quasi che ogni risorsa disponibile sia destinata ad alimentare la corsa all’AI. Come in una mobilitazione da economia di guerra. Perché l’obiettivo finale è impedire alla Cina di avere la supremazia nell'AI. (riproduzione riservata)



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