Una fase di confusione che genera un ottimo risultato. Come White Album dei Beatles. È quello che sta succedendo nel settore farmaceutico secondo gli economisti di Ing. Il paragone con la band britannica - esplicito nell’ultima analisi del gruppo olandese sul tema, The White Album: Hits amid growing discord - è impegnativo, ma per gli esperti il comparto si prepara a un anno di consolidamento dopo un 2025 reso turbolento dai dazi dell’amministrazione Trump.
Oltre a ricavi globali attesi in salita fino a 2.400 miliardi di dollari entro il 2030 (+5% annuo), le case farmaceutiche potrebbero effettuare acquisizioni per circa 230 miliardi soprattutto per rimpolpare la pipeline, visto che entro il 2032 scadranno brevetti che oggi portano vendite per 200-250 miliardi. Ma in questo scenario rischia di esserci un perdente: l’Europa.
Al momento gli Stati Uniti sono di gran lunga il mercato più grande al mondo per l’industria farmaceutica e valgono, da soli, il 70% dei profitti del settore. In più, i dazi hanno già spinto i grandi gruppi farmaceutici a spostare alcuni investimenti da altri mercati agli Usa per potenziare la produzione locale e scampare alle tariffe. Solo mettendo in fila gli annunci già fatti il totale è di circa 500 miliardi di dollari.
L’Europa per ora si è garantita il secondo posto. Tuttavia, le proiezioni di Ing ipotizzano un sorpasso dell’Asia-Pacifico già nel 2027. Il declino dell’Europa è evidente nei numeri relativi alla spesa per ricerca e sviluppo, crollata dal 49% del totale globale al 26% tra il 1990 e il 2025. Negli stessi 30 anni la quota degli Stati Uniti è balzata dal 33% al 55%. In più, lo scorso anno solo il 10% dei nuovi farmaci approvati nel mondo veniva dal Vecchio Continente contro il 20% del 2015.
Eppure, l’Europa avrebbe le competenze per rilanciarsi. «I ricercatori europei sono citati due volte e mezzo in più dei colleghi americani e una volta e mezzo in più dei cinesi», sostiene Diederik Stadig, senior healthcare economist di Ing. «Però l’Europa dovrebbe considerare di diminuire le tasse di recupero (come il payback italiano, ndr) e armonizzare le regole, perché al momento è un patchwork di norme nazionali e comunitarie che rendono difficile sviluppare nuovi farmaci».
Un altro problema è la ricerca dei fondi. «Il sistema di venture capital europeo è insufficiente ad alimentare l’innovazione. Manca la scala e l’aggressività che invece caratterizzano gli Stati Uniti, dove ci sono hub specializzati come Boston e San Francisco», aggiunge Stephen Farrelly, global lead for Pharma & Healthcare di Ing.
La parallela ascesa dell’Asia è dovuta soprattutto alla corsa della Cina. Dal 2010 al 2022 la spesa in ricerca a Pechino è aumentata del 20,7% ogni anno. Negli Stati Uniti l’incremento nello stesso arco temporale è stato del 5,5%, in Europa del 4,4%. Da qui al 2030 il ritmo di crescita delle spese cinesi dovrebbe rallentare (+8% annuo secondo la stima di Ing), pur rimanendo superiore alle previsioni per Stati Uniti (+5%) ed Europa (+4%).
Con questi numeri la Cina ha colmato il gap con il Vecchio Continente e sta trainando l’Asia verso il sorpasso, ma nel lungo periodo potrebbe insidiare anche il dominio americano. «Credo che la prossima Pfizer sarà cinese», si arrischia a dire Stadig. «Con ciò intendo dire che la Cina ha i numeri per guidare la prossima ondata di innovazione farmaceutica. Forse non ha ancora le stesse competenze tecniche dell’Occidente, ma le avrà presto, proprio come ha fatto con le auto. Questo sviluppo è a danno innanzitutto dell’Europa, ma nel giro di 10 o 15 anni possiamo immaginare che la Cina possa confrontarsi anche con gli Usa».
Inoltre, l’Asia è diventata un fornitore di farmaci generici indispensabile per l’Occidente. Medicine comuni come il paracetamolo e diversi antidolorifici arrivano in massicce quantità da produttori cinesi e in generale asiatici. «I politici occidentali si lamentavano della dipendenza (dei loro Paesi) da produttori asiatici durante il Covid. Poco è cambiato da allora, la dipendenza dell’Eurozona dalla produzione cinese è solo diventata più profonda», conclude Stadig. (riproduzione riservata)