Da più di 25 anni i dati delle democrazie mostrano l’inefficacia sia del welfare redistributivo/burocratico sia di un welfare insufficiente per mantenere maggioritario il capitalismo di massa e la sua speranza collettiva, necessari per la stabilità delle democrazie stesse.
La possibile crisi del capitalismo democratico, cioè ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri e aumento del consenso o autoritario o assistenziale, comporta un rischio crescente di instabilità per il sistema finanziario. Lo scenario suggerisce l’urgenza di trovare un nuovo modello politico del capitalismo democratico per evitare degenerazioni.
Il problema è visibile nel più delle democrazie (area G7) fin dai primi anni ‘90. Ma le sinistre e destre hanno pensato di risolverlo via ibridazione delle loro offerte politiche, cioè misure di economia liberale entro piattaforme socialiste e aperture assistenziali entro programmi di economia liberalizzata, per esempio il repubblicanesimo compassionevole.
Ma tali soluzioni non hanno funzionato per mantenere maggioritaria né la ricchezza diffusa socialmente né la speranza individuale di ricchezza: la mobilità sociale nelle democrazie (figli più ricchi dei genitori) si è ridotta. La soluzione liberista è economicamente propulsiva ma socialmente selettiva. Quella socialdemocratica offre garanzie economiche ma a scapito della crescita sistemica della ricchezza. Il tentativo di ibridare le due non sta funzionando.
Perché? Molteplici i motivi, ma tra questi spicca l’insufficiente investimento sulla capacità degli individui di conquistare un valore di mercato che ne lascia un numero crescente a basso reddito o con bisogno di assistenza.
Tale osservazione mi ha portato a ipotizzare - fin dal 1995 nel libro «Il fantasma della povertà» (Mondadori) con Giulio Tremonti ed Edward Luttwak - un «welfare di investimento» sostitutivo (gradualmente) di quelli sia redistributivo/burocratico sia minimo o assente.
Con quali priorità? Tre: investire molte più risorse (via spesa o detassazione) sul potere cognitivo di massa via formazione iniziale super e continua per tutta la vita; deburocratizzazione stimolativa con enfasi sulle aziende tecnologiche a elevata produttività; istituzioni per la massima fluidità della relazione tra risparmio e investimenti privati. In sintesi, far partecipare più persone con potere cognitivo adeguato alla rivoluzione tecnologica in atto. Tale soluzione va classificata come liberismo sociale.
Quanto graduale? Destre e sinistre hanno bisogno di offrire garanzie economiche per il consenso e ciò comporta inerzia contro l’innovazione del nuovo welfare. Ma la transizione può iniziare via interventi mirati sull’educazione, deburocratizzazione e nuovi fondi finanziari pubblico-privato (ppp). La prima nazione democratica che organizzasse tali esperimenti farebbe da pilota per le altre e ciò accelererebbe la futurizzazione del welfare. L’Italia? È costretta a tale innovazione per evitare la decadenza. (riproduzione riservata)