Enzo Manes, Nessuno basta a se stesso (Piemme 141 pagg., 17,9 euro)
Enzo Manes, imprenditore e filantropo, intreccia nel suo Nessuno basta a se stesso (i cui proventi sono destinati alla sua creatura, Fondazione Dynamo) una narrazione inquieta, come è lo spirito dell’autore (azionista e top manager di Kme, colosso mondiale del rame) ma costruttiva, lontana dal solito l’è tutto sbagliato, tutto da rifare. Da questo paradosso stilistico emerge un racconto che sfida convenzioni e spinge il lettore a interrogarsi sul ruolo della fortuna, del merito, e del bene comune nella costruzione del successo personale e collettivo.
Fondatore nel 2003 della Fondazione Dynamo, Manes incarna un raro modello italiano ispirato al principio del giving back, la restituzione alla comunità dei frutti ricevuti dalla vita. Dynamo, con il suo camp nell’Appennino Pistoiese e i city camp, è un microcosmo di solidarietà: ha accolto oltre 70mila persone tra giovani affetti da gravi patologie e le loro famiglie, sostenuto da 10mila volontari e una squadra di collaboratori devoti. Con cento milioni di euro raccolti in fundraising, Dynamo non è solo una realtà filantropica, ma un manifesto vivente di cosa può nascere quando il bene comune diventa il fulcro dell’agire, e ne spiega lo sviluppo attraverso quattro parole d’ordine: generosità, concretezza, bellezza, autenticità.
Il libro, tuttavia, non si limita alla cronaca di un progetto esemplare. Manes intraprende un viaggio intellettuale che sfida il dogma della meritocrazia, mettendo in discussione la narrazione tradizionale del successo come frutto esclusivo del talento e dello sforzo personale. Citando il celebre psicologo Michael Young, creatore del termine meritocrazia, Manes ricorda come esso fosse originariamente carico di una connotazione negativa, in quanto rischia di giustificare privilegi individuali e perpetuare disuguaglianze. "Chi riconosce il peso della fortuna," scrive Manes, "è più incline a contribuire al bene comune, sia attraverso la filantropia sia pagando le tasse". Un'idea radicale nella sua semplicità, che demolisce l'ego e promuove la consapevolezza della complessità che regola i destini individuali.
L'autore approda infine a una proposta politica concreta ma provocatoria: una good tax, un prelievo simbolico dell’1 per mille sulla ricchezza finanziaria degli italiani, capace di generare 5 miliardi di euro all’anno da destinare a iniziative per il bene comune, sfidando il pericolo che la filantropia obbligatoria possa essere confusa con il prelievo fiscale. La sua visione si traduce invece in un sogno pragmatico: che la filantropia diventi una pratica condivisa, parte integrante di un’idea collettiva di giustizia e naturalezza.
Manes narra il proprio percorso con il fare di chi si riconosce parte di un sistema più grande, dominato dalla fortuna e dalla casualità. Nessuno basta a se stesso è un invito a ripensare il nostro posto nel mondo, a lasciare che l’irrequietezza si trasformi in azione e che la sobrietà ci spinga a guardare oltre il nostro ego, verso un futuro in cui il bene comune non sia un’eccezione, ma la norma. (riproduzione riservata)