Gli Stati Uniti continueranno l’offensiva militare contro l’Iran «per tutto il tempo necessario». Le parole del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che ha messo in guardia sulla possibile durata del conflitto «per quattro o cinque settimane». Sono bastate poche parole a scatenare il panico sulle borse di tutto il mondo, spaventate dalla possibilità di un conflitto lungo e dalla conseguente esplosione dei prezzi dell’energia.
Ad alimentare l’incertezza ha contribuito la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, e la minaccia dei guardiani della rivoluzione iraniani di dare fuoco alle navi che tenteranno di attraversarlo.
L’impatto su petrolio e gas è stato immediato. Il Brent ha superato gli 85 dollari al barile nel corso della giornata del 3 marzo, con un rialzo intorno al 20% rispetto al 28 febbraio, e il Wti ha sfiorato i 78 dollari. Ancora più ripida l’impennata del gas che ha sfondato la soglia dei 60 euro al megawattora con una crescita di quasi il 90% dal 28 febbraio.
L’escalation «rischia di avere un profondo impatto sui prezzi e sulle aziende energetiche europee a soli quattro anni dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che ha sconvolto i mercati energetici», osservano gli esperti di Scope Ratings.
In questo contesto le borse hanno accusato il colpo. In Europa la peggiore è stata Madrid che ha perso il 4,6%, mentre il Ftse Mib ha chiuso a 44.468 punti, lasciando sul terreno il 3,9%. Tra le blue chip si sono mosse in controtendenza solo Lottomatica (+3,3% grazie ai conti 2025) e Recordati (+1,4%). Tra i cali più marcati, Moncler ha perso il 6,5%, Italgas il 6,3% e A2A il 6,1%.
Anche sui listini europei hanno prevalso le vendite, con Londra che ha ceduto il 2,8%, Parigi il 3,5% e Francoforte il 3,6%. In Asia la borsa di Tokyo è scesa del 3%, mentre negli Stati Uniti a circa tre ore dalla chiusura i tre indici principali accusavano flessioni di poco inferiori al 2%.
Da entrambe le sponde dell’Atlantico il balzo dei prezzi dell’energia ha alimentato i timori di inflazione. Negli Stati Uniti questo ha provocato una crescita del rendimento del Treasury a 10 anni, arrivato al 4,1%, facendo salire allo stesso tempo la probabilità che la Federal Reserve mantenga i tassi d’interesse invariati più a lungo. I trader ora scontano un taglio entro settembre, più tardi rispetto alle stime precedenti. Nel caso della Bce, invece, i mercati prezzano una possibilità del 25% di un rialzo dei tassi. Un aumento c’è stato anche nel rendimento del Btp decennale, pari al 3,5%, mentre lo spread con l’omologo Bund si è portato in un solo giorno a 72 punti (dai 65 di lunedì 2 marzo).
Su oro e argento sono invece scattate le prese di profitto. Il metallo giallo, bene rifugio per eccellenza, è salito nell’intraday fino a 5.380 dollari l’oncia per poi invertire la rotta e cedere oltre il 4%, sotto 5.100 dollari. Stesso trend per l’argento, sceso a 82,3 dollari l’oncia (-6,5%).
Infine, il bitcoin. Nei giorni a cavallo del conflitto la criptovaluta è tornata a scambiare vicino a 70 mila dollari, con un rialzo di oltre il 6% in una settimana. «Il bitcoin ha reagito sorprendentemente bene e gli Etf hanno registrato afflussi significativi proprio all’inizio dell’escalation: solo lunedì si sono aggiunti 500 milioni. L’asset sta dimostrando un comportamento sempre più simile a un bene rifugio», sostiene James Butterfill, head of research di Coinshares. (riproduzione riservata)