Le direttrici del consolidamento bancario italiano potrebbero passare attraverso le scelte delle fondazioni. Mentre in borsa si è riaccesa la speculazione sulle mosse di Unicredit e Banco Bpm, il neo presidente di Crt Fabrizio Palenzona è già intervenuto sul possibile matrimonio tra le due banche milanesi.
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Per Unicredit è il momento ideale per fare m&a. La preda può essere Banco Bpm?
A distanza di vent'anni dal primo avvicinamento tra Unicredit e Bpm, per piazza Gae Aulenti c'è ancora un deficit di presenza commerciale in Lombardia, «e quindi resta la valenza strategica dell'operazione», ha spiegato il banchiere in un'intervista.
Pur essendosi diluita dopo l'ultimo aumento di capitale del 2017, Crt rimane un’azionista rilevante di Unicredit con in mano l'1,65%. L'ente gioca un ruolo chiave anche in piazza Meda dove, oltre a detenere l'1,8%, è stato fra i promotori dell'accordo parasociale che ha riunito le altre fondazioni socie (Cr Lucca, Cr Trento e Rovereto e Cr Alessandria) e le casse di previdenza (Enpam, Cassa forense ed Inarcassa).
Alla luce dell'autorevolezza del nuovo presidente e del peso specifico assunto nelle rispettive governance, Crt potrebbe insomma spendersi per creare consenso tra gli azionisti storici delle due banche sull'ipotesi di un'aggregazione. Pur nel rispetto dei ruoli del cda e dell'amministratore delegato, come ha ribadito ieri Palenzona: «conosco bene sia Andrea Orcel che Giuseppe Castagna, che sono due manager bravissimi e tocca a loro decidere le strategie di Unicredit e Bpm, non certo all'azionista», ha spiegato il nuovo numero di Crt.
Altri investitori guardano con interesse all'opzione. Se in Unicredit la famiglia Del Vecchio ha sempre preferito un'aggregazione con un istituto Nord a un intervento sul dossier Montepaschi, nella compagine sociale del Banco un matrimonio con piazza Gae Aulenti non dispiace al fondo Leone & Partners (4,7%). Occorre poi considerare il rapporto di stima che lega Orcel e il presidente del Banco Massimo Tononi, che il cda ha confermato nel suo ruolo per un nuovo mandato.
Più cauta è invece la fondazione Cariverona (1,6% di Unicredit e 0,7% del Banco) che preferisce delegare ai cda le scelte strategiche. Non solo. Già lo scorso anno l'ente veronese guidato da Alessandro Mazzucco aveva rispedito al mittente la proposta della Crt di Giovanni Quaglia di creare un patto parasociale sulle partecipazioni.
Mentre insomma i soci storici sono in movimento, ieri Orcel è tornato sul tema del m&a in un'intervista a Bloomberg Tv: «Vogliamo essere la banca dell'Europa, ma non possiamo diventare una banca davvero paneuropea se l'Unione europea resta frammentata, così come non lo può diventare qualcun altro. Al momento, gli incentivi a fare m&a non sono cross-border e sono limitati a paese dove sei già presente, perché se superi il confine e non hai free floating di liquidità, capitale e persone - oltre che regole comuni - le sinergie e gli incentivi sono bassi», ha spiegato il banchiere, suggerendo tra le righe che l'unico m&a funzionale oggi è quello domestico.
Per Orcel con le regole attuali è difficile parlare di Banking Union o Capital Market Union e che il Vecchio Continente «deve andare molto oltre» se vuole competere con Usa e Cina ed essere il terzo blocco mondiale. Senza un passo avanti in quanto a regole comuni, rimarranno «grande frammentazione e grande complessità». (riproduzione riservata)