Nei giorni della commozione per la morte di Papa Francesco è l’eco delle sue parole a destare le coscienze o quantomeno dovrebbe. Il Papa degli ultimi, come è stato definito, ha lasciato una eredità di pensiero, tanto sorprendente, quanto profonda, anche in materia di fiscalità, sottolineando, con l’usuale coraggio e chiarezza delle sue parole, il ruolo essenziale dell’imposizione quale strumento di giustizia sociale, coesione e solidarietà.
Nella sua visione profondamente moderna, eppure saldamente radicata nelle Scritture, le imposte, così come la ricchezza correttamente distribuita («la Bibbia non demonizza il denaro, ma invita a farne un uso giusto, a non restarne schiavi, a non idolatrarlo», ebbe a dire in un incontro del 2022 con l’Agenzia delle entrate), non sono belle o brutte, ma semplicemente necessarie e giuste. Pagarle risponde a un dovere etico e civico. Una riflessione questa - di cui vi è traccia in numerosi incontri e scritti – che sposta la condanna dell’evasione (una vera «piaga», per il pontefice) dal piano della sola illegalità (causa di disuguaglianza, secondo Francesco) a quello ulteriore della immoralità. Perché chi evade sottrae risorse al bene comune e ai servizi essenziali (come sanità e istruzione), dunque in primis a quegli ultimi la cui difesa è la cifra distintiva del suo pontificato. Una evasione fiscale «egoista» (come ebbe a definirla già all’inizio del suo pontificato, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium del 2013) vìola la «destinazione universale dei beni» che, per la dottrina sociale della Chiesa, è la base della giustizia economica.
Ed è ben radicata, nel pensiero di Papa Francesco, la consapevolezza che i più marcati fenomeni di sottrazione agli obblighi impositivi hanno portata globale, essendo alimentati dall’accondiscendenza di taluni ordinamenti a bassa tassazione (paradisi fiscali) e dalla capacità di talune multinazionali di sottrarsi del tutto alla potestà impositiva degli Stati. Questa accumulazione «egoista» di ricchezza alimenta il circuito vizioso delle disuguaglianze sociali, assicurando ai ricchi e potenti di moltiplicare le proprie possibilità a danno dei più poveri.
Una riflessione accompagnata dalla consapevolezza che essa trae vigore dalla tendenza degli Stati ad attuare «le loro relazioni in uno spirito più di contrapposizione che di cooperazione», con una «eccessiva rivendicazione di sovranità … spesso proprio in ambiti dove essi non sono più in grado di agire efficacemente per tutelare il bene comune», come il Papa ebbe a ricordare in un discorso alla Pontificia accademia delle scienze sociali a maggio 2019.
Di qui l’invito a «costruire ponti» in ambito economico - ribadito in una successiva occasione nella stessa sede di febbraio 2020 - per contrastare le ingiustizie e realizzare lo spirito solidale, ciò presupponendo che «tutti si impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni … che derubano la società», comprendendo l’importanza di «difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti». Concetti ribaditi più volte, anche di recente, per esempio nell’incontro con i movimenti popolari a settembre 2024.
Le riflessioni di Papa Francesco mostrano oggi tutta la loro straordinaria attualità in un mondo che, con le guerre commerciali, continua a «bruciare i ponti» richiesti da una globalizzazione in affanno. Il multilateralismo ricercato in sede Ocse per contrastare i più marcati fenomeni di elusione ed evasione internazionale soffre i colpi dei troppi distinguo nazionali e delle scelte unilaterali inefficaci, se non irresponsabili. Il grande progetto di contrasto alle asimmetrie tributarie globali fondato su due pilastri - la tassazione delle multinazionali del digitale nei Paesi di creazione della ricchezza (Pillar I) e la fissazione di livelli minimi di imposizione, per evitare la concorrenza al ribasso tra gli ordinamenti fiscali (Pillar II) – vive oggi una fase di profondo stallo. Mentre il primo non è di fatto mai decollato - favorendo poco efficaci iniziative locali - il secondo pilastro vede ora la marcata presa di distanza dei due principali player mondiali, Cina e Usa: di fatto, una certificazione di scarsa utilità.
La morte di Papa Francesco lascia però in eredità un messaggio e un pensiero che, anche in ambito fiscale, dovrebbero scuotere fortemente le coscienze e far riallacciare i nodi del dialogo. Le ingiustizie legittimate da un atteggiamento egoistico degli Stati danneggiano tutti coloro che non ne sono i (pochi) diretti beneficiari, alimentando diseguaglianza e senso di sfiducia globale. Rileggere ore le parole del compianto pontefice vuol dire prendere atto che è momento di rispolverare la strada della azione e della collaborazione internazionale in vista di una fiscalità globale più giusta: l’unica in grado di assicurare equilibri internazionali più responsabili e sostenibili. (riproduzione riservata)
*Pasquale Formica è managing partner dello Studio Legale Fiscale Slf, Giovanni Formica è partner