Il prezzo dell'oro sale ancora, spinto dalla domanda di beni rifugio in seguito all'imposizione di nuovi dazi da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sui due principali partner commerciali della più grande economia mondiale: Messico e Canada e sulla Cina. Nuove tariffe destinate a pesare sulla crescita economica globale. Così il prezzo dell'oro spot cresce dell’1% a 2.919 dollari l'oncia (top intraday a 2.921 dollari), segnando il suo secondo rialzo consecutivo. Il lingotto ha guadagnato il 10% dall'inizio dell'anno e ha raggiunto il massimo storico a 2.956,15 dollari lo scorso 24 febbraio. Di pari passo, il future sul metallo prezioso balza dell’1,02% a 2.930 dollari l’oncia.
I nuovi dazi del 25% imposti da Trump sulle importazioni da Messico e Canada sono entrati in vigore il 4 marzo. Inoltre, il presidente statunitense ha raddoppiato i dazi sui beni cinesi, portandoli al 20%. La Cina ha risposto con ulteriori tariffe del 10%-15% su alcune importazioni statunitensi a partire dal 10 marzo. «Con Trump 2.0 che sta portando il caos promesso durante la campagna elettorale, gli investitori occidentali si stanno unendo alle banche centrali dei mercati emergenti nell'acquisto di oro come copertura universale», commenta Adrian Ash, responsabile della ricerca di BullionVault.
Allo stesso tempo, aggiunge Ricardo Evangelista, senior analyst di ActivTrades, l'annuncio dell'amministrazione statunitense di sospendere immediatamente tutti gli aiuti militari all'Ucraina ha aumentato l'instabilità geopolitica. «La maggior incertezza degli investitori pesa sulla propensione al rischio sostenendo ulteriormente la domanda di oro. Tuttavia, la prospettiva di un'inflazione più elevata a causa dei dazi aumenta la probabilità che la Federal Reserve mantenga i tassi di interesse elevati più a lungo, il che potrebbe rafforzare il dollaro statunitense e, in ultima analisi, limitare ulteriori guadagni dei prezzi dell'oro», spiega Evangelista.
Motivo per cui i trader attendono il rapporto sull'occupazione Adp, previsto per mercoledì, e quello sui salari non agricoli statunitensi, in uscita venerdì, per avere indicazioni più precise dalla Fed sulla futura traiettoria dei tassi d'interesse. «Qualsiasi segnale di rallentamento dell'economia statunitense sosterrà le richieste di ulteriori tagli dei tassi e favorirà il prezzo dell'oro. Continuiamo a prevedere che l'oro ritesterà i massimi nelle prossime settimane», stima Giovanni Staunovo, analista di Ubs. Non ultimo, sostiene Frank Watson, analista di Kinesis Money, il Congresso Nazionale del Popolo della Cina inizierà il 5 marzo e i mercati sono attenti alla possibilità di misure di stimolo che potrebbero sostenere l’economia cinese, spingendo gli investitori a dirottare capitali verso asset più rischiosi come le azioni, a scapito dei metalli preziosi.
Non è d’accordo JP Morgan che si aspetta che l'oro si avvicini ai 3.000 dollari l'oncia entro il quarto trimestre del 2025. Lo scorso 17 febbraio Goldman Sachs ha aumentato la sua previsione sul prezzo dell'oro per la fine dell'anno a 3.100 dollari l'oncia rispetto ai 2.890 dollari previsti in precedenza, citando una maggior domanda da parte delle banche centrali.
In effetti, come ha evidenziato Peter Kinsella, Global Head of Forex Strategy di Union Bancaire Privée, ci sono ben sei fattori che continueranno a guidare la corsa del metallo giallo. Oltre alle tensioni commerciali e geopolitiche, proprio la domanda da parte delle banche centrali: il World Gold Council stima che gli acquisti di oro da parte delle banche centrali abbiano spinto il prezzo al rialzo di circa il 15%. «Notiamo che l’oro ricopre livelli relativamente bassi all’interno delle riserve valutarie delle banche centrali, e un aumento dell'1% delle quote d’oro sarebbe pari a oltre 1.000 tonnellate; questo dà un'idea delle prospettive per la domanda complessiva da parte di questo solo settore», precisa Kinsella.
A questo aggiunge l’aumento della domanda dei consumatori asiatici anche nel 2025. La decisione dell'India di ridurre le tasse sulle importazioni di oro e argento ne ha stimolato la domanda. Pure la domanda retail cinese rimarrà solida. Per completare il quadro, gli investitori retail occidentali hanno iniziato ad aumentare i loro investimenti in Etf incentrati sull'oro. Senza dimenticare l’interruzione della correlazione. Infatti, nota Kinsella, normalmente l'aumento dei rendimenti obbligazionari nominali rappresenterebbe uno sviluppo oneroso per l'oro.
Tuttavia, osserva che l'oro continua a essere scambiato in modo robusto, nonostante i rendimenti significativamente più elevati sia nelle economie sviluppate sia in quelle emergenti. «Ne consegue che l'oro è ora scambiato per ragioni diverse dalle più ampie prospettive di politica monetaria e l’interruzione della correlazione rende l'oro più interessante per gli investitori istituzionali che cercano flussi di rendimento non correlati. Ciò implica anche che l'oro potrebbe addirittura sovraperformare notevolmente se le banche centrali dovessero tagliare i tassi nei prossimi trimestri», continua l’esperto di Ubp.
Infine, il tasso di cambio del dollaro statunitense è scambiato a massimi pluridecennali. L'amministrazione Trump ritiene che il biglietto verde sia fortemente sopravvalutato. «L'entità della sopravvalutazione del dollaro implica che i disavanzi commerciali degli Stati Uniti sono più ampi di quanto dovrebbero essere e gli Stati Uniti potrebbero organizzare una correzione sia con un intervento unilaterale, che riteniamo improbabile, sia con un approccio coordinato simile all'accordo di Plaza della metà degli anni Ottanta. Un tale accordo vedrebbe le valute dei principali partner commerciali degli Stati Uniti apprezzarsi rispetto al dollaro. Riteniamo che un accordo di questo tipo sia improbabile nel breve perché le autorità cinesi ed europee saranno riluttanti ad avere tassi di cambio più forti. In passato», conclude Kinsella, «quando il dollaro si è avvicinato a valutazioni pluridecennali elevate, questo è stato un precursore della sovraperformance dell'oro negli anni successivi. Il passaggio a un nuovo ordine monetario, o anche un semplice riordino delle valutazioni delle valute, favorirebbe la sovraperformance dell'oro». (riproduzione riservata)