«Chi domina il mare domina il commercio, e chi domina il commercio domina il mondo».
Le parole del filoso tedesco Carl Schmitt in Terra e mare, libro del 1942, tornano d’attualità nell’ennesimo capitolo della rivalità tra Stati Uniti e Cina, che questa volta si gioca sulle rotte marittime.
Pechino ha imposto sanzioni contro cinque filiali statunitensi del gruppo sudcoreano Hanwha Ocean, accusandole di aver collaborato con Washington nelle indagini sulla cantieristica cinese. Una mossa dal forte valore simbolico, che estende la guerra commerciale ai mari e anticipa nuovi attriti in vista dei prossimi negoziati tra Donald Trump e Xi Jinping.
Le misure cinesi arrivano nel pieno di un braccio di ferro sul controllo dei traffici navali. Entrambe le potenze hanno introdotto tasse portuale reciproche, colpendo le navi costruite o controllate dall’altra parte. Gli Stati Uniti, da anni in cerca di rilanciare una propria industria navale quasi scomparsa, hanno coinvolto i partner sudcoreani per ridurre la dipendenza da cantieri cinesi.
Pechino ha risposto scegliendo di punire Hanwha, il simbolo di quella cooperazione industriale che Washington vorrebbe trasformare in un argine all’espansione marittima cinese. L’effetto è stato immediato: Hanwha Ocean ha perso oltre il 6% in Borsa, mentre i titoli dei costruttori navali cinesi sono saliti.
Dietro la disputa sui porti si nasconde molto più di una questione di tariffe. Come ha sottolineato Deborah Elms, direttrice del think tank americano Hinrich Foundation, lo scontro si sta spostando «dal piano dei dazi a quello della legittimità economica», decidendo quali imprese potranno operare in quali mercati.
La mossa di Pechino arriva in un contesto già teso: la Cina ha stretto i controlli sulle esportazioni di terre rare, mentre gli Stati Uniti hanno ampliato i limiti sull’accesso ai semiconduttori e minacciano nuovi dazi fino al 100%. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha accusato Pechino di «puntare un bazooka contro le catene di fornitura del mondo libero», chiamando a raccolta gli alleati.
La Corea del Sud si ritrova ora in posizione scomoda. Hanwha Ocean è uno dei cardini del piano americano per rinvigorire la cantieristica nazionale, sostenuto da un impegno sudcoreano da 150 miliardi di dollari in investimenti e know-how. Ma la Cina resta un mercato chiave e un partner industriale strategico. Secondo Jung In Yun, ceo di Fibonacci Asset Management, «le sanzioni contro Hanwha sono un messaggio chiaro: se continuerà a collaborare con gli Stati Uniti, dovrà sacrificare la sua presenza in Cina».
Intanto, a Washington il vice ministro delle Finanze cinese Liao Min incontrerà la delegazione americana per provare a riapre il dialogo. Ma è ormai chiaro che la natura ambivalente del mare, da sempre confine e insieme punto d’incontro delle civiltà, è tornata al centro dello scontro geopolitico. Proprio come scriveva Schmitt, la storia si decide «tra la terra e il mare», e questa volta le rotte del commercio globale rischiano di diventare le nuove linee del fronte.
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