Da tempo insisto nel dire che innovazioni tecnologiche e mutamenti geopolitici rendono sempre più obsolete le istituzioni (norme ed enti) che erano state create e affinate nel XX secolo, ma esse continuano a funzionare come prima, cambiando le regole per accogliere le nuove tecnologie come se il problema da risolvere fosse questo e non quello di cambiare le istituzioni. La diffusione delle cryptocurrency ha mutato l’assetto istituzionale della moneta e della finanza; la crescita della moneta sta passando da mani pubbliche a mani private e quella della finanza si va integrando tra strumenti tradizionali e strumenti nuovi digitali, creando problemi al funzionamento dei mercati e delle autorità di vigilanza che il legislatore stenta a regolare per carenza di analisi e per un approccio di stampo liberista.
Per fronteggiare questa situazione i governi e, con essi, le banche centrali dovrebbero creare una moneta ufficiale caratterizzata da sicurezza e facilità di contrattazioni per competere con le cryptocurrency come unico medium of exchange dotata di potere liberatorio (legal tender); poiché questa moneta non dovrebbe essere remunerata per minimizzarne la quantità domandata, essa andrebbe accompagnata da un titolo a breve sicuro (safe asset) che garantisce un rendimento stabile almeno pari all’inflazione corrente e svolga la funzione di store of value congiuntamente agli strumenti finanziari.
I depositi bancari perderebbero la natura monetaria, ma le banche sarebbero libere di continuare a svolgere, se lo riterranno opportuno, la funzione dei pagamenti, anche se questa è ormai sempre più svolta da organizzazioni specializzate, regolate in modo autonomo.
Le banche centrali o istituzioni equivalenti avranno il compito della stabilità monetaria, mentre altre autorità di vigilanza parimenti indipendenti quello non meno importante della stabilità finanziaria. A seguito delle decisioni di marzo e giugno dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti si sono mossi in direzione opposta a questo disegno di riforma e hanno legittimato l’uso monetario delle crypto, proponendole come riserva ufficiale del dollaro e favorendone l’integrazione con gli strumenti finanziari tradizionali.
Queste scelte non rendono obsolete solo le istituzioni esistenti di governo della moneta e della finanza, ma anche le conoscenze acquisite nel tempo sui modi di funzionamento dell’economia, base dei modelli econometrici sulle cui previsioni vengono decise le scelte.
I ripetuti e profondi errori predittivi hanno messo in evidenza il fallimento dell’ipotesi che, in un mondo in continua evoluzione, il futuro si comporti secondo le regole del passato, minando la validità dei modelli econometrici e spostando l’attenzione sulle tecniche elaborate dall’Intelligenza Artificiale che hanno mostrato promettenti risultati.
Passi indispensabili sono la rinuncia alla giustificazione fatalista che esistano shock esogeni, mentre esistono solo i cigni neri di Taleb, ossia fenomeni che gli economisti trascurano, e a politiche inaccettabili definite «data based» in sostituzione della «forward guidance» necessaria per guidare le aspettative. A tal fine, le statistiche usate dai modelli econometrici vanno integrate da osservazioni satellitari e informazioni tratte da web media e ogni altra fonte di informazione, sollevando un problema di loro disponibilità per la ricerca scientifica.
Se gli Stati Uniti non intendessero collaborare per attuare la riforma istituzionale necessaria, l’Unione Europea e gli altri Paesi che intendessero aderire potrebbero portare avanti la proposta per opporsi alla diffusione delle crypto con tecniche competitive di mercato, In assenza, è altamente probabile che la situazione sfoci in una crisi sistemica, secondo le linee così ben descritte da un mio grande maestro al Mit, Carles P. Kindleberger nel suo celebre libro Manias, Panics and Crashes (scritto nel 1978 e ripubblicato otto volte, ultimo lo scorso anno).
Ogni volta generazioni di economisti, nonostante il ripetersi della tripletta kindlebergiana, hanno sostenuto che questa volta è diverso, inducendo Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff a pubblicare nel 2010 la storia dei fallimenti di questo tipo di diagnosi usando l’affermazione in modo ironico come titolo del libro.
Questa volta non è diverso, basta attendere e vedere, ma i danni che causa un tale approccio non saranno solo per i piccoli risparmiatori che non fuggiranno a tempo dalle crypto, ma soprattutto per la credibilità delle istituzioni, un effetto ben più grave. Quasi tutti sono d’accordo che il successo dei Bitcoin nasce dalla sfiducia che colpì le banche a seguito della crisi dei subprime del 2008. (riproduzione riservata)