«AI needs your body». Questa frase altisonante compare nella homepage del sito, dal nome non meno suggestivo, RentAHuman.ai.
Una piattaforma nata pochi mesi fa e attiva in tutto il mondo (Italia compresa) che ha come obbiettivo quello di trovare persone pronte a svolgere quei compiti e quelle azioni che, per ragioni normative o meramente fisiche, l’AI agentica non può eseguire.
Così sul portale compaiono dei veri e propri annunci con tanto di tariffa che richiedono di portare un pacco, presenziare a una riunione, scattare una foto di un certo luogo o firmare un documento. Chi può dà la propria disponibilità a eseguire il compito e, una volta evasa la richiesta, riceve un pagamento in stablecoin. Può essere un buon modo per arrotondare, tutto sommato, e infatti sono ben 900 mila gli iscritti nel mondo a RentAHuman.ai, pronti a eseguire ciò che serve agli agenti.
Si sta ribaltando la narrativa dell’intelligenza artificiale come strumento semplificatore per l’essere umano, se ora sono le persone a soddisfare le richieste dell’AI? Secondo Gianluca Dettori, uno dei più grandi esperti di tech in Italia, fondatore di Vitaminic e ora presidente della sgr Primo Ventures, «c’è molto hype attorno a questo sito, ma non vedo grosse differenze con cose che già esistevano in passato e che semplicemente ora avvengono attraverso server Mcp», ossia i sistemi che consentono all’AI agentica di comunicare con dati esterni.
«Questo è un esempio», spiega Dettori a Milano Finanza, «di come l’AI agentica si possa integrare nel flusso lavorativo di una certa azienda. Questa è la vera frontiera dell’AI, non i chatbot».
Molte funzioni attualmente esperite dagli uomini non avranno più ragion d’essere, non resta che osservare quale sarà il perimetro delle competenze dell’AI. «Osserveremo due tipologie di organizzazione aziendale, entrambe integrate con l’AI», spiega Dettori. «La prima è quella human in the loop: l’essere umano supervisiona ed esprime attivamente la sua approvazione alle attività svolte dall’agente AI. Nella seconda, invece, l’AI opera in totale autonomia».
Questo implica che «siamo di fronte a una nuova idea di economia. Prima la crescita di un’azienda coincideva con l’aumentare delle persone al suo interno: era un modello basato sul lavoro. Da ora in avanti invece lo scalare di un’azienda dipenderà da come l’intelligenza viene capitalizzata, e questo è slegato dal numero di persone al suo interno».
Tra le aziende italiane «c’è molto interesse verso il tema, ma faticano ancora a operare un’integrazione profonda», si sente in generale il bisogno di «maggiori rassicurazioni in termini di responsabilità in caso di allucinazioni ed errori da parte degli agenti».
Questo vale anche per i pagamenti fatti direttamente dall’AI, per cui, come nel caso di RentAHuman, «le stablecoin e le monete digitali saranno sempre più utilizzate, in quanto più semplici e tracciabili».
A favore delle cripto, Dettori pone l’accento su due casi in concreti: «In Africa, dove i sistemi tradizionali di pagamento elettronico sono macchinosi e non funzionano bene, le criptovalute sono diffusissime. In tema tracciabilità poi, solo qualche giorno fa Tether ha bloccato conti per 344 milioni di Usdt legati a riciclaggio di denaro in favore del regime iraniano».
Un modello come quello di RentAHuman «può essere facilmente applicato al settore del turismo, e in parte già lo è», spiega Mirko Lalli, imprenditore, divulgatore, esperto di intelligenza artificiale e vicepresidente di Turism.ai.
«Immaginiamo un sistema di prenotazione e gestione dei soggiorni automatizzato con minimi interventi umani, come ritirare le chiavi, fare foto delle stanze, fare dei sopralluoghi: un chatbot potrebbe incaricare persone di fare queste attività come avviene in RentAHuman».
Il turismo è sensibile a ogni cambiamento tecnologico, «è in questo settore che hanno mosso i loro primi passi la feedback economy, ossia le recensioni online, o il pricing dinamico», continua Lalli.
Molti altri trend dell’AI, come ha affermato Lalli alla conferenza di settore Gatewai, hanno già un impatto sul turismo e non solo. «Nel 2026 il 20% delle negoziazioni B2B saranno in realtà agent-to-agent: due AI comunicheranno tra loro per contrattare prezzi e concordare i termini di un contratto, senza l’intervento umano».
L’AI sarà il mezzo per le prenotazioni e «non comparire nei suggerimenti dati dal chatbot significa non esistere». Cosa fare allora? La seo è superata, ora si parla di geo e aeo (rispettivamente generative e answer engine optimization): «Il sito web non deve più rispondere a una ricerca del tipo “hotel sul Lago di Como”, ma alla domanda “dove posso fare un’esperienza in stile Bridgerton?”».
La parte umana, «visto che ci abitueremo presto alla sua assenza, sarà il punto di forza del settore del lusso ma anche di chi ad esempio vuole far vivere il legame con il territorio», conclude Lalli. (riproduzione riservata)