L’inflazione Usa è salita a novembre al 2,7%, dal 2,6% di ottobre. Il dato (indice Cpi) è comunque rimasto in linea con le attese dei mercati che ora si aspettano (con una probabilità del 97%) un taglio dello 0,25% da parte della Fed nella riunione del 18 dicembre. In questo caso i fed funds scenderebbero nella forchetta 4,25-4,5%.
L’anno prossimo tuttavia la Fed potrebbe rallentare il ritmo dei tagli, soprattutto se le politiche di Donald Trump dovessero far aumentare l’inflazione. La scorsa settimana il presidente della Fed Jerome Powell non ha fatto commenti sull’impatto (ancora incerto) dei dazi, ma ha osservato che la forza dell’economia Usa potrà consentire alla banca centrale di essere «un po’ più cauta» nei tagli. La Fed potrebbe così ridurre i tassi l’anno prossimo meno della Bce, che il 12 dicembre con ogni probabilità varerà il quarto taglio dello 0,25% da giugno (si veda MF-Milano Finanza del 10 dicembre). L’euro si è indebolito dello 0,4% sulla valuta americana scendendo a 1,048 dollari.
Gli ultimi dati sull’inflazione Usa sono «probabilmente abbastanza buoni da dare alla Fed il via libera per tagliare i tassi di interesse di 25 punti base nella prossima riunione», ha rilevato Unicredit. «L’anno prossimo la Fed molto probabilmente rallenterà il ritmo dei tagli dei tassi. Negli ultimi quattro mesi l’inflazione ha registrato una certa ripresa, mentre l’attività economica è rimasta robusta. Ulteriori progressi nella disinflazione non sono più assicurati e potrebbero addirittura invertirsi, visti i rischi al rialzo sull’inflazione derivanti dai piani del presidente eletto Trump in materia di dazi, tagli alle tasse e stretta sull’immigrazione».
Capital Economics ritiene che la Fed taglierà i tassi di altri 25 punti base e «continuerà a prevedere che il tasso sui fed funds finirà per essere vicino al livello neutrale, leggermente al di sotto del 3%». Tuttavia gli analisti temono che i dazi e le limitazioni all’immigrazione previste da Trump innescheranno «una lieve ripresa dell’inflazione a partire dalla metà del 2025 che spingerà la Fed a terminare in anticipo il ciclo di allentamento, con tassi tra il 3,50% e il 3,75%».
Secondo Berenberg i dati di inflazione, assieme a quelli sui posti di lavoro della scorsa settimana, «non forniscono alcuna ragione per un taglio aggressivo dei tassi. Dato il grande balzo in avanti delle aspettative di inflazione, ci aspettiamo che la Fed diventi più falco in futuro». Le aspettative di inflazione annua sono salite dal 2,6% annuo di novembre al 2,9% di dicembre, un rialzo dovuto in gran parte alle aspettative sui dazi. Per Berenberg «la Fed, che è dipendente dai dati, è certamente consapevole del recente aumento delle aspettative di inflazione e dell’importanza del loro ruolo nel determinare il carovita. Pertanto per mantenere ancorate le aspettative di inflazione la Fed esiterà ad allentare la politica in modo aggressivo».
Ing ha ricordato che l’inflazione core statunitense, quella al netto di energia e cibo, ha registrato il quarto dato consecutivo dello 0,3% dimostrando che «i progressi verso l’obiettivo della Fed in materia di inflazione si sono arrestati». Anche Ing prevede un altro taglio dello 0,25% la prossima settimana, ma le nuove previsioni della Fed dovrebbero indicare una serie di tagli più contenuti nel 2025. Per Ing «nelle proiezioni economiche è probabile che la Fed segnali solo tre tagli dei tassi nel 2025 rispetto ai quattro previsti a settembre».
Carmignac ha rilevato che nel breve termine «è improbabile che la Fed cerchi di anticipare le politiche della futura amministrazione statunitense. Di conseguenza per il momento è probabile che rimanga su una linea accomodante».Tuttavia nel medio termine «se le politiche del governo statunitense dovessero far aumentare la crescita, l’inflazione e il deficit, la Fed potrebbe adottare un orientamento più restrittivo». (riproduzione riservata)