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Ursula von der Leyen
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L’Europa guarda a Est: Golfo, India, Cina, tutti i dossier di von der Leyen per attutire l’impatto dei dazi di Trump

11 aprile 2025, 21:00 Ultimo aggiornamento: 21:26

La Commissione apre nuove rotte commerciali per bilanciare le potenziali perdite di export causate dalla stretta degli Usa. La presidente von der Leyen ha visitato Asia Centrale e India, ora può volare in Cina. Ma non può fare a meno dell’America  

Una missione a New Delhi in India, poi un’altra a Samarcanda in Uzbekistan, con la testa già alla prossima tappa: Pechino. Da mesi Ursula von der Leyen lavora per espandere i mercati di sbocco dell’Ue. La presidente della Commissione passa da un continente all’altro per consolidare i legami commerciali più che quelli politici, con uno sforzo sempre più intenso da quando Donald Trump ha sconvolto il mondo con i suoi dazi.

Von der Leyen conosceva bene i metodi del presidente Usa, visto che aveva avuto a che farci per circa un anno durante il primo mandato alla Casa Bianca. Ma la seconda ondata di dazi ha sorpreso anche lei per l’intensità e soprattutto perché non ha risparmiato neppure gli storici alleati.

La rete commerciale dell’Ue

Di Trump insomma non ci si può fidare, hanno imparato a Bruxelles, nemmeno ora che ha sospeso per 90 giorni le tariffe reciproche (ancora in vigore nella misura ridotta del 10%) per trattare. Così von der Leyen ha un piano d’azione: ha congelato i controdazi europei per negoziare, anche fino all’azzeramento dei balzelli tra Europa e America, ma ha ribadito più volte che senza accordo le tariffe Ue ripartiranno.

E ha messo sul tavolo le armi più pesanti: le sanzioni/tasse contro le big tech e lo strumento anti-coercizione, che può escludere le aziende straniere dal mercato europeo. Ma von der Leyen contemporaneamente lavora per ampliare la rete degli accordi commerciali europei, la più vasta al mondo, con 44 intese in 77 Paesi diversi: un altro modo per attutire l’impatto dei dazi Usa.

La telefonata con gli Emirati

Quelli con gli Stati Uniti rappresentano solo il 13% degli scambi dell’Ue. Lo scontro con Trump ha convinto l’Europa a concentrarsi sul restante 87%. Giovedì 10 aprile con la telefonata tra von der Leyen e lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti, sono stati avviati i negoziati per un accordo di libero scambio e per approfondire la cooperazione in settori strategici come energia rinnovabile, idrogeno verde e materie prime critiche.

Le importazioni dell’Ue dalla regione sono trainate da prodotti minerari e combustibili (58,3 miliardi di euro su 76,3 miliardi), mentre l’interscambio totale si aggira sui 240 miliardi. Il Golfo Persico è centrale: i suoi idrocarburi sono necessari finché la svolta green non sarà completa.

Il Global Gateway in Asia Centrale

Pochi giorni prima von der Leyen era volata in Asia Centrale per partecipare al summit di Samarcanda. Negli anni la Ue è diventata il principale partner commerciale dell’area, da cui importa beni per 32 miliardi e ne esporta per oltre 20. La regione è strategica per i giacimenti di gas e petrolio, come conferma la storica presenza dell’Eni in Kazakistan: ma il motivo della visita stavolta è legato più ai minerali critici, che abbondano in Asia Centrale e servono per ridurre la dipendenza dalla Cina sulle terre rare.

Lo strumento individuato dalla Commissione per rafforzare i legami è il Global Gateway, programma da 300 miliardi creato per lo sviluppo sostenibile dei Paesi emergenti e per aprire nuove rotte alle imprese europee. L’Ue ha fornito tecnologie avanzate alle aziende minerarie locali per incrementare le estrazioni, oltre a migliorare la logistica in una zona senza accesso al mare e con un vicino ingombrante come la Russia.

Ora Bruxelles spera di raccoglierne i frutti: dall’Asia Centrale, come ha detto il commissario Ue per i partenariati internazionali Jozef Sikela a MF-Milano Finanza, dovrebbe arrivare a regime il 40% del fabbisogno europeo di minerali critici.

Occasione India

Ma il mercato in prospettiva più rilevante è quello indiano. I numeri dicono che l’interscambio con il Paese più popoloso al mondo (quasi 1,5 miliardi di abitanti) è di soli 164 miliardi di euro, cifra ben lontana dagli 840 miliardi dei traffici con la Cina. La visita di von der Leyen di fine febbraio è nata proprio per espandere il commercio con l’India, che cresce a tassi sostenuti, tipici di una nazione emergente (+6% annuo per l’Ocse), e nell’Ue ha già il suo partner principale.

«Quello indiano è un mercato con una forte impronta protezionistica per ragioni storiche, ma la politica locale e i settori più avanzati dell’economia hanno compreso che per assumere un ruolo internazionale devono aprirsi al commercio e agli investimenti internazionali», spiega Fabrizio Pagani, partner di Vitale e già capo della segreteria tecnica del Mef. «Il vantaggio è reciproco perché i capitali europei portano posti di lavoro e alta tecnologia, mentre le nostre aziende hanno accesso a un mercato con una classe media composta da centinaia di milioni di persone con redditi progressivamente più elevati».

Il dilemma del Mercosur

Se queste degli ultimi giorni sono missioni successive alla svolta autarchica di Trump, in realtà il percorso di diversificazione della Commissione è più datato, come dimostra il negoziato con il Mercosur, il mercato comune dell’America Meridionale che vale oltre 250 milioni di consumatori.

L’accordo è però contestato dagli agricoltori francesi e italiani, che temono un’invasione di prodotti sudamericani a costi inferiori e con standard qualitativi meno elevati di quelli europei. La Commissione sta lavorando a forme di compensazione ma andrà avanti, soprattutto ora che i rapporti con gli Usa si sono deteriorati. L’interscambio di partenza vale 150 miliardi e per l’Ue può solo aumentare.

Il nodo cinese

Il tavolo più complesso e importante resta quello con la Cina. Le relazioni tra Bruxelles e Pechino si sono logorate anni fa per colpa delle politiche anti-concorrenziali di Xi Jinping, che ha pompato enormi sussidi alle aziende cinesi permettendo loro di invadere il mercato europeo con prodotti a prezzi stracciati. Il deficit commerciale della Ue con il Paese del Dragone resta ampio, quasi 280 miliardi, ma la Commissione vuole rilanciare lo stesso i rapporti per mitigare l’impatto delle tariffe di Trump.

«Sotto la minaccia dei dazi americani è necessario avviare un dialogo efficace con Pechino per portare avanti con pragmatismo dossier delicati, ad esempio sul tentativo di accordo per un prezzo minimo delle batterie per i veicoli elettrici o, più in generale, per affrontare sfide globali come la lotta al cambiamento climatico», commenta Brando Benifei (Pd), presidente della Delegazione per le Relazioni con gli Usa del Parlamento Europeo. Ma l’avvicinamento non avverrà a tutti i costi. Prima andrà risolto il problema della sovracapacità cinese e reso più semplice l’accesso delle aziende europee nel Paese.

«Rimangono molte criticità, non tutte superabili», chiarisce Benifei, «per questo la missione di von der Leyen in India, a cui seguirà anche una delegazione di europarlamentari della commissione Commercio Internazionale in autunno, è un passaggio chiave nella strategia di sicurezza economica dell’Ue, che deve passare dalla diversificazione e dall’apertura di nuovi mercati». La quadra potrebbe essere trovata a luglio, quando von der Leyen dovrebbe volare a Pechino per incontrare Xi Jinping.

La trattativa con Trump

In attesa di approfondire il dossier cinese, Bruxelles proverà a sbloccare quello americano nei prossimi tre mesi, periodo in cui entrambe le parti hanno sospeso i dazi. In questi giorni una rappresentanza del Parlamento Ue è negli Usa e domenica 13 aprile il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, andrà ancora a Washington per un nuovo round negoziale.

Trovare un accordo non sarà semplice, visto che Trump chiederà in cambio di isolare la Cina, soprattutto nelle tecnologie avanzate e nei semiconduttori. L’Ue invece è decisa a mantenere i rapporti con Pechino, anche perché Paesi come la Germania non sarebbero disposti ad allentare gli stretti legami commerciali con Pechino.

Il peso degli Usa

Ma anche quello americano resta un mercato imprescindibile per l’Europa. Gli scambi commerciali tra le due potenze hanno toccato 1,6 trilioni e ogni giorno le transazioni che attraversano l’Atlantico valgono 4,4 miliardi. «Pensare di sostituire gli Usa da un giorno all’altro è irrealistico. Parliamo di un mercato vasto ed estremamente ricco, capace di importare beni e servizi ad alto valore aggiunto e fonte di grande redditività per le aziende europee», racconta Pagani.

«Questo però non deve distrarre dal lavorare per il medio termine per aprire nuovi sbocchi. Le economia emergenti sono destinate ad avere un peso sempre maggiore. C’è un spettro da combattere: la frammentazione dell’economia mondiale in macro regioni chiuse. L’Ue deve attivamente cercare nuovi partner, altrimenti un’economia esportatrice come la nostra subirà un duro colpo». (riproduzione riservata)



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