Il mercato ufficiale dell’arte contemporanea non è un mercato: è una bisca. Non conviene attualmente investirci. Non finanzia cultura, finanzia guerre, yacht e derivati, ma rimane uno dei pochi beni poco tracciabili e dalla tassabilità dubbia: quindi può andare bene per un investimento da furbetti del quartierino, ovvero rapido, indolore e facile alla rivendita.
A Parigi e New York non vendono quadri, vendono bond tossici con la faccia di un pupazzo sopra. Nel 2024 il giro ufficiale è stato di 57,5 miliardi di dollari, giù del 12%. I grandi lotti sopra i 10 milioni sono crollati del 45%. Ma non vi fate illusioni: Sotheby’s, Christie’s e Phillips hanno già inventato il paracadute. Non vendono più arte, ma prestiti: prendi un Basquiat, ci ipotechi sopra la villa, la banca ti passa cash e, se va male, appendi il quadro in garage insieme alla Panda. È la Lehman Brothers con cornice dorata. Non è eterna: è un mordi e fuggi di squaletti.
I meccanismi sono sempre gli stessi: Gagosian ormai è una sorta di Bce del sistema, decide chi deve valere e chi no. Le gallerie Zwirner e Hauser & Wirth sono le agenzie di rating: stampano cataloghi patinati come Moody’s stampa bollini AAA. Critica comprata fino al midollo, curatori corruttibili che spesso sono vere e proprie star, più degli artisti; musei altisonanti finanziati occultamente. Perrotin è il duty free: ti vende artisti come KAWS, con un nome che pare un chewing-gum. Le aste? Casinò di lusso. I record si decidono naturalmente prima del martelletto, con garanzie incrociate e collezionisti-burattini che alzano la paletta per far scena e far salire i prezzi. Perché il Re non è nudo: è squartato, ormai. I musei? Il braccio politico: ratificano il tutto in nome dell’«inclusività» e delle «nuove sensibilità«. Non cultura, ma regolamento di conti da condominio del capitale.
I tre filoni pompati oggi sono barzellette travestite da teologie estetiche, un po’ come l’artista cinese Ai Weiwei.
Primo: i graffiti. Basquiat canonizzato, messia in ogni dove; Banksy trasformato in Topolino da 500.000 dollari, buono per la speculazione edilizia nei quartieri dove ha lasciato il segno, e la retorica cialtrona su Gaza; Shepard Fairey venduto come icona rivoluzionaria quando in realtà è il Che Guevara da centro commerciale. Tutto condito da gallerie come Perrotin che spaccia pupazzi come se fossero lingotti d’oro.
Secondo: il pop surrealismo, la Disneyland per adulti ricchi. Mark Ryden con i suoi quadri da bambolina indemoniata, Javier Calleja con i pupazzoni piagnucolosi, Ayako Rokkaku che dipinge con le mani: perfetto per un gestore di hedge fund che vuole un quadro che faccia il paio con la moglie a cui sta comprando le tette.
Terzo: l’arte LGBTQ. Qui l’impegno civile è moneta corrente. Jadé Fadojutimi, Christina Quarles e Salman Toor sono i titoli obbligazionari dell’inclusività: se non li compri, sei fuori dal club. Le gallerie Zwirner e Hauser blindano la produzione, infilano gli artisti nelle Biennali e piazzano il marchio «progressista» come si piazza un Etf etico.
Le sottocategorie «di provincia» le troviamo spesso nel mercato italiano, che possiamo definire Cringe Art: ormai De Carlo, la Continua. Le nostre gallerie, che prima dominavano, sono oggi colonie copia e incolla di altri mercati e fanno ridere: la serie B dilaga, artiste femministe dal fare inconsistente, nuove Abramovic del viterbese; graffitari in galleria da 300 euro che copiano Banksy a Rimini; pop-surrealisti da Instagram che allestiscono mostre in cantine a Firenze; tele arcobaleno appese in spazi sociali riciclati in gallerie; istituzioni museali che sembrano grandi fiere del vintage con tanto di bando pubblico e PDF scaricabili, artisti come segretarie, alle prese con burocrazie comunali. Sono le imitazioni cinesi dei Rolex: girano nei mercatini e nella pro-loco, ma nessuno li porta a Basilea, se non in qualche scantinato di Basilea.
Eppure, il sistema traballa, non funziona, è in perdita da tutte le parti. Nel 2025 oltre metà delle rivendite è stata in perdita: chi ha comprato un’opera a 200.000 ora non la piazza neanche a 80.000. I prezzi sono gonfiati, vedi il nostro Cattelan. I grandi collezionisti si rifugiano nel privato, nelle cartolarizzazioni, nei prestiti, dove è facile speculare ma anche trovare il grande affare. Ma questa è droga finanziaria: l’overdose è inevitabile. L’arte trattata come azione tech del Nasdaq non può che esplodere come un’altra bolla dot-com, a maggior ragione con l’avvento delle intelligenze artificiali: in rete la speculazione è colossale e il denaro è volatile.
E allora? Allora resta solo il vecchio effetto Van Gogh a cui aggrapparsi: provare a sentire un po’ di sensazione, conoscendo l’artista, il suo lavoro, studiarlo. Non il quadro da un milione a catalogo, ma qualsiasi cosa l’artista faccia che non appartenga ai filoni già citati. Insomma: è quello che nessuno vuole oggi che domani sarà leggenda.
Perché questo mercato si satura e sparisce: è una legge capitalista anche abbastanza scontata. Non l’artista imposto dalla moda, ma quello ignorato, respinto, marginale. Marlene Dumas, inquietante e fuori moda, è già il lingotto nascosto in cantina. Toyin Ojih Odutola, con i suoi disegni lenti e radicali, è il controindice perfetto. Paolo Icaro, scultore che non conosce nessuno, è il cavallo nero della partita. Oppure buttarsi su chi ci appassiona, fare crescere un giovane artista per noi, fare da mecenate per gallerie e spazi indipendenti che dicono il contrario di quello che si dice sopra.
Perché non comportarsi da Papa o da Re, ogni tanto? Il bene rifugio è la mentalità da medioevo nell’arte, ormai. Questi sono i titoli da comprare in perdita oggi, per guadagnare in verità domani. L’arte è sempre stata un toccasana per lo spirito turbato, anche se non tutta può avere quell’effetto: si cerca un tesoro che liberi dal malumore, o comunque che sia catartico.
Perché il mercato dell’arte, così com’è, è un casinò colossale in cui i fiches sono quadri e i croupier vestono Prada. Una tristezza ignobile. Chi gioca col fuoco e segue le mode finisce spennato in tempi di guerra. Chi aspetta il collasso e compra il dimenticato, invece, scommette sul tempo. E il tempo, a differenza di Gagosian, non fa sconti a nessuno. Non gonfia prezzi con finti collezionisti pilotati, nessuno specula sul tempo. In una società iperveloce, proprio per questo, bisogna specularci. (riproduzione riservata)
*scrittore, artista e responsabile informazione Officine Bellotti a Palermo