Un’intelligenza artificiale completa, in grado di eguagliare la mente umana. È la definizione di Agi (Artificial General Intelligence), l’obiettivo a cui aspirano i leader dell’AI, da Sam Altman a Elon Musk. Eppure non tutti concordano sulla possibilità di raggiungere a breve questo stadio. Ad esempio Mario Rasetti, docente emerito di Fisica Teorica al Politecnico di Torino, è tra chi pensa che il progresso tecnologico non potrà spingersi a tanto. «Non credo che avremo mai un’AI generale, almeno non nel senso di una macchina capace di riprodurre il funzionamento del cervello umano», ha detto Rasetti agli Stati Generali dell’Intelligenza Artificiale, evento del gruppo Class Editori dedicato all’innovazione.
Una delle caratteristiche dell’AI «negli ultimi anni è stata un’accelerazione straordinaria sotto tutti i punti di vista», ha spiegato l’esperto. «Ormai è tutto fuori scala: gli investimenti in AI negli Stati Uniti in 12 mesi sono stati di circa 3 triliardi di dollari, un paio di volte il pil italiano. Il consumo di energia è diventato inimmaginabile e anche un po’ pericoloso. Ormai l’energia consumata per alimentare data center e modelli di AI ha raggiunto, sempre su 12 mesi, 1.050 terawattora e ricordiamo che un tera equivale a 1.000 gigawattora, quindi circa il 4% del consumo mondiale di energia. Si sono create situazioni difficili da immaginare; ad esempio Google ha costruito tutti i suoi data center in Irlanda e usa il 40% di tutta l’energia».
Un fenomeno di questa portata solleva numerosi interrogativi relativi alla sua governance, sul piano etico ma anche legislativo. Sul primo fronte però, secondo Rasetti, è mancato l’intervento di chi, come i ricercatori, è impegnato in prima linea nel progresso della conoscenza umana. «Sono molto critico verso la comunità scientifica perché noi scienziati non abbiamo avuto la forza di inventarci qualcosa che ci vincoli, come il giuramento di Ippocrate, qualcosa che ci obblighi a prestare attenzione agli effetti negativi», ha avvertito Rasetti.
«Sul piano della società in senso più ampio la situazione è ancora peggiore perché stiamo subendo un vulnus tremendo in termini di proprietà della conoscenza. L’umanità per affrontare questo tema ha inventato le università, che sono di tutti e sono lo strumento con cui i cittadini delegano un’istituzione a preservare e migliorare la ricerca. L’AI ha portato a una situazione in cui la proprietà della conoscenza, e dei dati che ne sono il combustibile, è dei privati».
Sul piano normativo un tentativo c’è stato, almeno in Europa, attraverso l’Ai Act, il regolamento che l’Ue ha approvato nel 2024 per dotarsi di un quadro di riferimento. Tuttavia l’applicazione delle nuove regole non è stata immediata e di recente il Consiglio e il Parlamento Ue hanno deciso di semplificare le norme.
«Il tema è capire che cosa ci sia dietro questo concetto, perché il rischio è che dietro la semplificazione si nasconda la rinuncia. Rinuncia del modello europeo a cercare di avere una regolamentazione guida», ha avvertito Oreste Pollicino, professore di Ai Law all’Università Bocconi e presidente di Class Editori.
Infine la verità. Con l’intelligenza artificiale, è stato il monito di Rasetti, si rischia di non saperla più distinguere. «L’AI non è una scienza. È una pratica sempre più efficiente, ma non una scienza», ha concluso. «La grande battaglia è sul concetto di verità. Il grande problema è stabilirla, differenziare il vero dal falso e il bene dal male». (riproduzione riservata)