La sfida dei dazi l’Europa e l’Italia possono vincerla solo riducendo le dipendenze strategiche dalla Cina e dagli Stati Uniti attraverso un unico strumento essenziale: accordi commerciali con altre regioni del mondo che riflettano «i nostri interessi strategici». In questa direzione va la ratifica dell’accordo Ue-Mercosur. Ci punta la premier Giorgia Meloni e non hanno dubbi gli industriali italiani, che temono i dazi al 10%, in arrivo con molte probabilità dalla trattativa tra Bruxelles e Washington, sommati all’impatto della svalutazione del dollaro comportano una perdita di 20 miliardi di export per l’industria italiana e di mezzo punto percentuale di pil entro il 2026.
La stima arriva dallo stesso centro studi di Confindustria che snocciola i numeri positivi di una possibile ratifica dell’accordo Ue-Mercosur (il blocco economico formato da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) per l’Italia. Il Belpaese è la seconda esportatrice europea in Mercosur, dopo la Germania arrivando a sfiorare i 7,5 miliardi di euro. Il Mercosur a sua volta è un importante fornitore italiano in alcuni settori (dall’agricoltura alle materie prime non energetiche, passando per la carta, il tabacco, il legno, fino all’alimentare con 200 milioni di import solo per le carni bovine surgelate) per un valore complessivo che supera i 6 miliardi di euro.
Una potenzialità, quella del Mercosur, che per il Centro studi di Viale dell’Astronomia potrebbe in parte andare a colmare la perdita di 20 miliardi di export derivante dai dazi Usa. «Grazie ad un accordo con il Mercosur andremmo a ridurre di circa un terzo la perdita derivante dai dazi di Trump con un impatto che potrebbe arrivare a circa 12 miliardi in tempi rapidi», spiega a Milano Finanza Alessandro Fontana, il direttore del centro studi di Confindustria. «Sicuramente l’impatto più forte di questo accordo sarà sul versante export, ma ci permetterà anche di avere più facilmente accesso alle materie prime critiche», aggiunge. Le due maggiori economie del blocco, infatti, sono importanti produttori o trasformatori di materie prime critiche: il Brasile processa l’88% del niobio mondiale e soddisfa l’82% del fabbisogno della Ue. Dal Brasile la Ue importa anche il 16% del tantalio, il 12% della bauxite, il 13% della grafite naturale, il 9% del silicio metallico, l’8% del manganese, il 7% del vanadio. Mentre l’Argentina, che processa l’11% del litio mondiale, fornisce alla Ue il 6% del suo fabbisogno.
L’accordo costituirebbe un mercato integrato di quasi un decimo della popolazione mondiale (oltre 750 milioni di consumatori), le cui economie rappresentano il 20% del pil mondiale e il 25% degli scambi mondiali. Oltre l’81% degli scambi fra Ue e Mercosur riguarda i beni industriali, che costituiscono il 94% dell’export italiano verso l’area. L’accesso preferenziale previsto dall’accordo interessa oltre il 91% del valore dell’export totale di beni. Il settore industriale, dunque, è al centro degli interessi dell’Italia. Aliquote elevate proteggono l’accesso al mercato del Mercosur in settori di punta del Made in Italy con picchi che spaziano dal 18% nei settori chimico-farmaceutico, gomma-plastica e arredamento, al 35% per alcuni macchinari, prodotti elettrici, bevande e prodotti del tessile-abbigliamento.
A spingere sulle potenzialità del Mercosur è stato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, il 10 luglio in apertura del settimo Forum economico franco-italiano, rivolgendosi alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. «Siamo con lei sul Mercosur. Credo che oggi aprire nuovi mercati per poter fare in modo che le nostre imprese possano anche compensare ciò che viene perso a fronte di alcuni paesi che comunque ci stanno ostacolando nel poter portare i nostri prodotti sarà fondamentale». «Quindi il Mercosur, l'India, l'Australia e anche i paesi dell'Asean saranno per noi fondamentali. Siamo al suo fianco, abbiamo bisogno di cose concrete. La via giusta è quella della semplificazione», ha ribadito Orsini.
«Il Mercosur è un accordo che penalizza l’Europa sia sotto il profilo del contributo alla riduzione delle emissioni globali, sia sotto quella della competitività dei sistemi agroalimentari», spiega a Milano Finanza
Ettore Prandini, presidente della Coldiretti.
«Negli ultimi trent’anni l’Europa è diventata il posto più sicuro e sostenibile al mondo in cui produrre e consumare cibo. Rispetto ai Paesi dell’area Mercosur, Brasile in testa, abbiamo risotto le emissioni di gas serra di circa il 25%, mentre dall’altra parte sono aumentate di oltre il 50%. L’uso di pesticidi nell’Ue per ettaro è cinque volte più basso che nei Paesi Mercosur in cui si utilizzano decine di principi attivi vietati in Europa.
L’esito sarebbe esportare inquinamento dove le regole sono più “elastiche” e importare quel cibo, quella impronta ecologica, quella impronta sociale nei nostri paesi per sostituirlo con quello prodotto con le regole europee. Un danno per il settore agroalimentare, una beffa per i consumatori europei. Questo non vuol dire essere contrari agli scambi commerciali ma esercitare un principio di reciprocità delle regole», conclude Prandini.
(riproduzione riservata)