Preoccupazione per le crescenti tensioni geopolitiche e il rialzo dell’inflazione. E timore anche per le recenti difficoltà del private credit, nonostante non rappresentino un rischio sistemico. Soddisfazione invece per l’ammorbidimento delle regole sulle banche ma solo a metà perché, anche la loro nuova versione meno rigida, continua a penalizzare ingiustamente i grandi istituti.
Jamie Dimon è da due decenni alla guida di Jp Morgan, la più grande banca americana con quasi 800 miliardi di dollari di capitalizzazione. Ma a leggere quello che scrive il suo ceo nell’annuale lettera agli azionisti, la stazza non basterà a mettere il colosso di Wall Street al riparo dalle tensioni geopolitiche.
«Le sfide che dobbiamo affrontare sono significative», scrive Dimon. «L’elenco è lungo e in cima ci sono la terribile guerra in corso in Ucraina e il conflitto in Iran», che può «portare a un’inflazione più vischiosa del previsto».
L’impatto sui mercati si è già notato perché il primo trimestre dell’anno è stato il peggiore dal 2022 per l’S&P 500, in calo di quasi il 4% da gennaio. Colpa della nuova fiammata del petrolio, volato sopra 100 dollari al barile dopo lo stop allo Stretto di Hormuz. Il rischio ora è che il caro energia costringa le banche centrali a un atteggiamento più rigido sui tassi (la Fed dovrebbe tagliarli solo una volta nel 2026), che a sua volta frenerebbe la crescita aprendo le porte alla stagflazione.
Uno scenario complicato anche dal ritorno dei dazi, altra eredità della seconda presidenza di Donald Trump, e dal conseguente «riallineamento delle relazioni commerciali nel mondo», scrive Dimon, di cui «sarà difficile prevedere gli effetti a lungo termine». Ma per fortuna l’economia americana continua a mostrarsi resiliente, i consumi tengono anche se si sono indeboliti e le imprese godono ancora di buona salute.
Ci penserà poi l’AI, con l’enorme mole di investimenti che si porta dietro, a sostenere il pil e a contenere così parte del crescente deficit pubblico. Sull’intelligenza artificiale il ceo di Jp Morgan è netto quando spiega che «non si tratta di una bolla speculativa» e che «al contrario porterà benefici significativi». Ma «ancora è impossibile prevedere chi saranno i vincitori e chi i vinti».
Il settore dei software, ad esempio, è stato uno degli ultimi a finire sotto pressione perché si teme che l’AI sostituirà i prodotti di aziende come CrowdStrike, erodendone i margini. In molte sono nei portafogli dei big del private credit, forma di finanziamento per le imprese alternativa al tradizionale credito bancario. Così i clienti hanno iniziato in massa a riscattare le loro quote nei fondi di giganti come Blue Owl Capital, che hanno dovuto mettere un freno alle richieste ricevute.
Il ceo di Jp Morgan, però, non vede rischi sistemici nel fenomeno perché il private credit ha ancora valori contenuti, intorno ai 1.800 miliardi di dollari. Ma allo stesso tempo Dimon sottolinea che si tratta di un settore senza «grande trasparenza o rigorosi criteri di valutazione dei prestiti». E questo rende le vendite più probabili «se gli investitori iniziano ad aspettarsi un peggioramento delle prospettive».
Così le perdite nel private credit potrebbero aumentare più del previsto, e in ogni caso «le autorità di vigilanza del settore assicurativo inizieranno a imporre rating più rigorosi o svalutazioni che comporteranno richieste di maggiore capitale».
L’esatto opposto, una maggiore deregolamentazione, è invece quello che servirebbe alle banche. Perché se è vero che le norme severe introdotte dopo la crisi del 2008 «hanno portato a dei risultati positivi», osserva Dimon, è altrettanto certo che «hanno creato un sistema frammentato e lento, con regolamenti costosi, sovrapposti ed eccessivi che hanno ridotto i prestiti».
Il quadro è migliorato con la revisione più soft delle regole di Basilea III, che negli Usa porterà a minori requisiti patrimoniali per le banche. Ma per gli istituti di rilevanza sistemica globale resterà un supplemento di circa il 5%. Una riserva extra che come conseguenza avrà quella di detenere «fino al 50% di capitale in più sulla stragrande maggioranza dei prestiti», sottolinea il ceo di Jp Morgan. Il che non è «giusto ed è anti-americano».
Ed è proprio ai valori degli Stati Uniti che si rifà Dimon all’inizio della sua lettera, in cui celebra i 250 anni dalla nascita del Paese: «Anche in tempi difficili gli Usa faranno ciò che hanno sempre fatto, guardare agli ideali che hanno reso la nostra nazione unica e sostenuto la nostra leadership nel mondo libero». (riproduzione riservata)