Lo shock energetico innescato dalla guerra in Medio Oriente dalla fine di febbraio ha sollevato dubbi sull’andamento dell’inflazione complessiva nel 2026. L’incertezza su tale andamento è in qualche modo diminuita in seguito alla firma del Memorandum d’intesa tra l’Iran e gli Stati Uniti, sulla base dell’ipotesi che la pressione esercitata dai prodotti energetici si attenui nella seconda metà dell’anno, qualora la tregua regga e riprendano i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz.
I dati sull’inflazione italiana di giugno, diffusi dall’Istat, si sono attestati al 3% (dal 3,2% di maggio), un valore inferiore alle attese.
È interessante notare che alla base di questo risultato vi è stato un rallentamento dell’inflazione dei prodotti alimentari freschi, dei servizi culturali e dei trasporti, che ha controbilanciato l’accelerazione dell’inflazione di beni energetici regolamentati e non regolamentati. L’inflazione di fondo, che esclude l’energia e i prodotti alimentari freschi, è salita leggermente all’1,7% su base annua (dall’1,6% di maggio).
Sebbene la leggera accelerazione dell’inflazione energetica fosse prevista, non lo era invece il rallentamento nei servizi. Il divario tra l’inflazione dei beni (stabile al 3,4%) e quella dei servizi (in calo al 2,6% a giugno) si è leggermente ampliato, suggerendo che, per il momento, non vi siano affatto segnali di effetti di secondo ordine.
Guardando oltre i dati di giugno, il punto di partenza per il 2026 è un’inflazione aggregata acquisita del 2,6% e un’inflazione di fondo acquisita dell’1,7%. Il profilo dell’inflazione per il resto dell’anno continuerà a essere fortemente influenzato da quello dei beni energetici; in questo caso, basarsi sugli attuali prezzi del mercato spot potrebbe portare a un eccessivo ottimismo. Secondo i nostri analisti delle materie prime, gli attuali prezzi del petrolio e del gas sembrano scontare una normalizzazione completa e senza intoppi del mercato energetico: cosa non scontata, in quanto potrebbe sottovalutare il potenziale di pressioni al rialzo sui prezzi man mano che i paesi ricostituiscono le proprie riserve strategiche.
Se ciò fosse vero, alcuni effetti a catena dei prezzi dell’energia su altre voci potrebbero comunque manifestarsi in futuro, rallentando il processo disinflazionistico. Esaminando le intenzioni di prezzo emerse dalle indagini sulle imprese, notiamo che quelle delle imprese del settore dei servizi sono rimaste relativamente stabili, senza alcuna tendenza al rialzo evidente nemmeno durante i mesi di conflitto in corso.
Le imprese manifatturiere, più colpite dall’impatto immediato della guerra sui costi dei fattori di produzione, hanno registrato un’impennata nelle loro intenzioni di prezzo tra marzo e maggio, ma il dato di giugno (con informazioni raccolte per lo più prima del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran) ha mostrato una leggera decelerazione. La pressione nella catena dell’inflazione dell’indice dei prezzi alla produzione (ppi) sui beni di consumo si è finora manifestata solo nella componente dei beni durevoli, mentre l’inflazione dei ppi sui beni non durevoli è rimasta stabile a livelli bassi.
Dopo la pubblicazione dei dati preliminari di giugno, è ragionevole ipotizzare che l’inflazione complessiva possa muoversi in una fascia appena al di si sopra del 3% nel resto dell’anno, con un dato medio annuo che ora stimiamo intorno al 2,7%. (riproduzione riservata)
*senior economist di Ing