Inglesi, latinoamericani ma negli ultimi mesi anche molti statunitensi e israeliani. La mappa delle origini dei ricchi che scelgono l’Italia come residenza fiscale è variegata. E cambia costantemente, adattandosi non solo alle modiche normative, che possono rendere un regime più conveniente di altri, ma anche all’evoluzione delle tensioni geopolitiche globali. Nel caso italiano a fare da catalizzatore è la flat tax da 200 mila euro (100 mila euro fino allo scorso anno) che consente ai milionari stranieri di pagare solo una tassa piatta e accedere a una serie di semplificazioni fiscali.
Questo sistema, introdotto nel 2017 dal governo Renzi e modificato dall’esecutivo in carica, è uno degli elementi che rende l’Italia piuttosto attraente agli occhi dei paperoni. «La componente fiscale non è l’unico driver», precisa l’avvocato Giulia Cipollini, responsabile del team di private client and tax della filiale italiana dello studio legale Withers. «L’Italia offre anche una buona qualità della vita, una cultura diversificata e un tessuto imprenditoriale che consente di fare network, tutti fattori che attirano i milionari».
Dal 2018, primo anno di applicazione, la flat tax ha riscosso un successo sempre maggiore. Nel 2023 i beneficiari sono stati 1.495, tra contribuenti principali e loro familiari, secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate. Nel 2022 gli aderenti erano 1.136, mentre nel 2018 il conto si fermava a 263 persone.
«Nei primi tempi l’Italia scontava pregiudizi legati alla stabilità politica e normativa», ricorda Cipollini. «Molti temevano che la legge sarebbe cambiata con l’alternarsi dei governi, invece è rimasta invariata dal 2017 e lo scorso anno l’impianto del regime è stato ulteriormente confermato con l’unica modifica dell’ammontare, passato a 200 mila euro dai precedenti 100 mila per l’applicante principale, e con l’inserimento di una clausola di salvaguardia per chi aveva aderito con il vecchio importo. Ciò è stato visto come un segno di affidabilità».
I numeri del 2024, anno per il quale sono in corso in queste settimane le dichiarazioni dei redditi, non sono ancora disponibili. Tuttavia l’Agenzia delle Entrate ha segnalato intanto oltre 700 interpelli, segno che l’interesse per la tassa piatta rimane forte. Il sistema italiano, infatti, è ancora conveniente, nonostante il raddoppio dell’ammontare, se confrontato con altri schemi. Nel Regno Unito, ad esempio, ad aprile 2025 è entrata in vigore una riforma che ha eliminato le agevolazioni per i cosiddetti «resident non domiciled», ovvero coloro che avevano residenza fiscale in Gran Bretagna pur essendo domiciliati altrove.
«Un flusso costante arriva dal Regno Unito, per effetto della Brexit e dei numerosi cambiamenti fiscali, ma il panorama è variegato», conferma l’avvocato. «Ci sono molti trasferimenti dal Sud America, spinti dalla vicinanza culturale. Poi, gli americani. In questo caso il vantaggio risiede anche in una semplificazione della compliance. Gli statunitensi continuano a pagare le tasse negli Usa - dove si paga per cittadinanza oltre che per residenza - ma con la flat tax accedono a dichiarazioni dei redditi semplificate, basate appunto sul pagamento di una imposta sostituiva flat, il che li spinge a passare in Italia tutto il tempo che vogliono, anche oltre i sei mesi di presenza fisica che fanno scattare la residenza fiscale italiana».
Alla motivazione economica si unisce la ricerca di un’alternativa a contesti che, in questo momento, appaiono meno stabili dell’Italia. «La geopolitica influenza i trasferimenti», ribadisce Cipollini. «Di recente abbiamo registrato, ad esempio, un aumento degli americani, oltre che di famiglie israeliane e ucraine. Vista la situazione di tensione interna negli Stati Uniti, resa evidente dagli scontri in California, molti hanno deciso di dotarsi di un piano B e la flat tax italiana è risultata attraente anche perché è stata da subito accompagnata dal visto per investitori». In questo modo i cittadini non europei possono ottenere ingresso e permesso di soggiorno in Italia con un investimento minimo di 2 milioni di euro in bond governativi, di 500 mila euro in società quotate o private (250 mila euro per le startup) oppure con una donazione di un milione di euro per iniziative benefiche o di ricerca.
Una volta che hanno scelto l’Italia, molti milionari decidono di stabilirsi a Milano. Secondo la società di consulenza Henley & Partners, nel capoluogo lombardo risiedono 115 mila milionari e 17 miliardari, un numero che colloca Milano al terzo posto in Europa dopo Londra (33 miliardari) e Parigi (22). Roma, per fare un confronto, è ottava con nove miliardari. Tuttavia agli studi legali specializzati arrivano domande diversificate, che mostrano un interesse anche per città alternative alla metropoli lombarda. «Milano conquista un buon numero di milionari, ma non è l’unico centro di riferimento», conclude Cipollini. «Abbiamo diverse richieste anche per Firenze, Venezia, Roma e Torino, ad esempio». (riproduzione riservata)