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Stefano Scarpetta, Ocse
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Italia, per l’Ocse l’inflazione salirà al 2,6%. Un monito che gela la prossima manovra

23 aprile 2026, 15:30 Ultimo aggiornamento: 15:32

Presentato a Roma l’Economic Survey 2026: l’instabilità in Medio Oriente spinge l’inflazione e frena il pil allo 0,4%. Con un debito che sfiora il 138%, l’Ocse chiede un avanzo primario strutturale al 2,5% e riforme urgenti su pensioni e lavoro 

L’Italia si trova davanti a un aut-aut che non ammette più rinvii: imboccare con decisione la strada della disciplina finanziaria o rassegnarsi a vedere la ripresa soffocata da un debito fuori controllo e da una nuova fiammata inflattiva. Secondo Secondo l’ultimo Economic Survey 2026 dell’Ocse, presentato giovedì 23 aprile a Roma, il Paese deve fare i conti con un pericoloso combinato disposto: l’instabilità geopolitica in Medio Oriente, che spinge i prezzi dell’energia, e la necessità di un consolidamento fiscale rigoroso per onorare gli impegni presi con Bruxelles.

Il monito che arriva dai vertici dell’Ocse di Parigi gela le speranze di una manovra espansiva – l’ultima sotto di questa legislatura per il governo Meloni – e mette l’Italia davanti le proprie vulnerabilità.  «Assicurare che il debito pubblico diminuisca in modo durevole richiede un miglioramento dell’efficienza della spesa, il contenimento delle pressioni legate alle pensioni, il rafforzamento della compliance fiscale e la creazione di un mix fiscale più favorevole alla crescita». 

Inflazione ed energia: il ritorno delle tensioni

Il primo segnale di fragilità arriva dai prezzi. Secondo l’Ocse «per effetto delle tensioni sui prezzi dell’energia innescati dalla crisi in Medio Oriente» l’inflazione è destinata a salire al 2,6% nel corso di quest’anno per poi ridursi all’1,8% nel 2027. La dinamica riflette una vulnerabilità strutturale: la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di combustibili fossili, che amplifica l’impatto degli shock geopolitici.

L’aumento dei costi dell’energia si traduce in un freno diretto alla crescita: il pil italiano è stimato allo 0,4% nel 2026 (inferiore alla stima dello 0,5% inserita dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nel Documento di finanza pubblica) con una moderata ripresa allo 0,6% nel 2027 grazie alla stabilizzazione del contesto internazionale e alla spinta finale del Pnrr. A essere colpiti sono soprattutto consumi, investimenti e produzione industriale, in un contesto in cui la dipendenza dalle fonti fossili espone l’economia italiana a una volatilità che si trasmette rapidamente a famiglie e imprese.

Debito e conti pubblici: una correzione inevitabile

Se l’inflazione rappresenta un rischio ciclico, il debito resta il vincolo strutturale. Nonostante il deficit sia stato riportato poco sopra il 3% nel 2025 e il ritorno all’avanzo primario, il rapporto debito/pil ha superato il 137% ed è destinato a salire senza interventi correttivi – sempre secondo le stime del Dpf si attesterò al 138,6% nel 2026, al 138,5% nel 2027, al 137,9% nel 2028.

L’Ocse parla apertamente di un aggiustamento «sfidante». Per riportare il debito su una traiettoria discendente sarà necessario raggiungere un avanzo primario strutturale intorno al 2,5% del pil nei prossimi anni. La difficoltà è legata alla natura delle pressioni sulla spesa: l’invecchiamento della popolazione e il peso delle pensioni, gli impegni crescenti per la difesa e i costi della transizione climatica restringono gli spazi di manovra. In questo contesto, il consolidamento non può limitarsi a tagli lineari, ma richiede una revisione selettiva della spesa e una riforma fiscale che favorisca la crescita, anche attraverso una maggiore compliance.

Demografia e lavoro: il capitale umano che manca

Il secondo grande allarme riguarda la demografia. L’Italia continua a perdere giovani, mentre una quota rilevante resta fuori dal mercato del lavoro e dai percorsi formativi. Per l’Ocse, il rischio è quello di una perdita permanente di potenziale di crescita. L’invecchiamento della popolazione impone di aumentare la partecipazione al lavoro, soprattutto tra i giovani, rafforzando le transizioni scuola-lavoro e l’istruzione tecnica. Senza un intervento strutturale, la fuga di capitale umano e l’elevata incidenza dei Neet continueranno ad alimentare un circolo vizioso di bassa produttività e minore crescita.

C’è poi il capitolo della competitività industriale, ritornato centrale anche a causa della crisi energetica in corso. L’Ocse indica come priorità l’accelerazione della transizione verso fonti rinnovabili a minore costo, insieme all’elettrificazione dei consumi. «In Italia i combustibili fossili continuano a dominare il mix energetico, e questa dipendenza ha un impatto sulla competitività e il conseguimento della sicurezza energetica e degli obiettivi climatici oltre che sulla competitività delle imprese», ha detto Stefano Scarpetta, capo economista dell’Ocse.

Infine, resta il nodo della produttività. Il tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato da una forte presenza di micro e piccole imprese, fatica a sostenere innovazione e crescita dimensionale. Secondo l’Ocse, è necessario ridurre gli oneri burocratici, migliorare l’accesso ai finanziamenti e favorire la crescita delle imprese, creando le condizioni per una maggiore concorrenza. La piena attuazione del Pnrr è vista come un passaggio cruciale, ma non sufficiente: le riforme dovranno proseguire anche oltre il 2026 per evitare che il sistema produttivo resti intrappolato in una struttura a bassa produttività. (riproduzione riservata) 



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