Una linea sottile divide entusiasmo e preoccupazione, e Israele oggi ci cammina sopra. Da una parte gli investitori brindano ai nuovi record della Borsa di Tel Aviv, dall’altra il governo rivede i conti con crescente cautela. È il volto di un’economia che resiste, ma è sotto pressione.
La Borsa di Tel Aviv continua a sorprendere. L’indice TA-35 ha toccato un picco storico di 4.343,74 punti a inizio mese di marzo, stabilizzandosi poco sotto quei livelli. Il 17 marzo 2026 ha raggiunto quota 4.179 punti, segnando un incremento dell’1,6%. Nonostante le fluttuazioni mensili, l’indice TA-125 mantiene un guadagno superiore al 62% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Risultati che, nel pieno delle tensioni geopolitiche, hanno spiazzato molti analisti.
A trainare la corsa sono tre motori ben definiti. Il primo è l’high-tech, che da solo rappresenta oltre il 40% del valore degli indici. Cybersecurity e intelligenza artificiale dominano la scena, sostenute da operazioni miliardarie e da una trasformazione strutturale: Israele non è più solo la Startup Nation, ma una Scale-up Nation, capace di far crescere campioni globali.
Il secondo motore è l’energia. I giacimenti di gas, con in testa Leviathan, stanno rafforzando il ruolo strategico del Paese, non solo sul piano economico ma anche diplomatico. L’espansione della produzione promette numeri record, anche se le tensioni con l’Iran hanno già causato stop temporanei per ragioni di sicurezza.
Il terzo pilastro è la difesa, ormai fusa con il mondo tecnologico. Le aziende del settore vivono un vero boom, grazie alla domanda globale di sistemi testati sul campo. I nuovi sistemi laser, come l’Iron Beam, non sono solo strumenti militari ma anche driver industriali e finanziari.
Dietro questa euforia c’è una scommessa chiara: gli investitori puntano sulla resilienza delle aziende israeliane, sulla loro capacità di operare globalmente e sulla prospettiva di una stabilizzazione futura del contesto geopolitico.
Se i mercati corrono, l’economia reale frena. Il ministero delle Finanze qualche giorno fa ha tagliato le previsioni di crescita del pil per il 2026 dal 5,2% al 4,7%, segnale di un rallentamento già in atto.
Il conflitto prolungato pesa in modo diretto: il richiamo dei riservisti sottrae forza lavoro all’economia civile, mentre i consumi interni mostrano segnali di debolezza. Ma è soprattutto la spesa pubblica a cambiare il quadro.
Il governo ha alzato l’obiettivo di deficit al 5,1% del pil, spinto da una spesa per la difesa che è salita fino a circa 140 miliardi di shekel, ben oltre le previsioni iniziali pari a 111 miliardi di shekel (38,8 miliardi di euro, ndr) oltre a una riserva di emergenza di altri 7 miliardi. Un aumento che rende più difficile ridurre il rapporto debito pubblico/pil e mantiene alta la pressione sui conti pubblici.
Eppure, non mancano elementi di tenuta. Le entrate fiscali hanno sorpreso positivamente, grazie anche a incassi straordinari come quelli legati alle grandi operazioni nel settore tecnologico. A dare ulteriore ossigeno alle casse dello Stato arriveranno, entro aprile, anche i circa 10 miliardi di shekel derivanti dalle tasse sull’acquisizione record di Wiz da parte di Google. Lo shekel resta stabile, sostenuto dalle riserve della banca centrale.
Soprattutto, le agenzie di rating continuano a premiare il sistema: in un nuovo rapporto pubblicato il 3 marzo 2026, S&P ha confermato il rating “A”, definendo l’economia israeliana «resiliente». Il merito va in gran parte alla struttura dell’high-tech (20% del pil) che permette il lavoro da remoto e garantisce continuità operativa. S&P avverte tuttavia che l’alta densità abitativa e i possibili danni alle infrastrutture rappresentano rischi fiscali significativi, con un deficit previsto oltre il 4,8%. L’indipendenza energetica data dai giacimenti di gas rimane un pilastro fondamentale, ma l’agenzia segnala una crescente pressione sui canali del credito. In sintesi, l’economia appare solida, ma i costi della difesa a lungo termine restano l'incognita principale per la stabilità futura.
Secondo Shmuel Abramzon, capo economista del ministero delle Finanze, gli ultimi sviluppi in Medio Oriente «possono creare legami economici molto interessanti, promettenti ed entusiasmanti nella regione», durante un briefing stampa del Ministero israeliano delle Finanze promosso dall’ambasciata di Israele in Italia. In prospettiva, il prossimo capitolo potrebbe vedere «non solo una regione meno esposta a rischi e in ripresa, ma una nuova regione» fatta di espansione e opportunità condivise.
Israele, nelle intenzioni del Tesoro, punta a diventare un ponte strategico tra India, Europa e Paesi del Golfo, rafforzando il proprio ruolo nei flussi commerciali globali.
Abramzon ha sottolineato anche un elemento chiave della storia economica del Paese: la capacità di riprendersi rapidamente dopo ogni crisi. «Israele, grazie al suo settore economico estremamente dinamico, sa come rilanciarsi con dinamiche molto chiare», ha spiegato, aggiungendo che anche nell’attuale contesto «non c’è motivo di aspettarsi differenze rispetto al passato», anzi con «segnali persino più positivi».
Resta però una variabile decisiva: l’esito e la durata del conflitto. Perché, come ammette lo stesso ministero, le conseguenze reali si misureranno solo alla fine della campagna militare. (riproduzione riservata)