Nel 2024 il pil italiano è cresciuto dello 0,7%, «per la prima volta dal 2021 al di sotto dell'area dell'euro» che ha registrato invece un +0,9%. E per il 2025 è attesa una fase di moderata espansione dell’economia, in uno scenario caratterizzato da «rischi al ribasso delle previsioni a causa delle tensioni commerciali e geopolitiche internazionali». Lo ha dichiarato la presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, Lilia Cavallari, nel presentare il Rapporto sulla politica di Bilancio del 2024 al Senato.
La linea di «prudenza e responsabilità sulla finanza pubblica ha dato i suoi risultati e gli andamenti dei conti sono apprezzabili anche alla luce del deterioramento dello scenario macroeconomico internazionale»: il 2024 si è chiuso con un risultato dell'indebitamento netto pari al 3,4% del pil (che con una diminuzione annua dello 0,3% è destinato ad arrivare al 2,3% nel 2028), in netto calo rispetto al 7,2% dell'anno precedente soprattutto per i minori effetti del Superbonus. L’agevolazione edilizia ha impattato tra il 2020 e il 2023 di quasi 4 punti percentuali sul pil, sebbene con delle pressioni sui prezzi, ma «nel biennio 2022-23 solamente il 60 per cento degli investimenti sarebbe stato realizzato grazie agli incentivi, sollevando quindi interrogativi sul profilo di efficienza della misura nel medio periodo» ha aggiunto Cavallari.
Questi dati, avvalorano il fatto che «il Superbonus, nonostante l’obiettivo meritorio, abbia costituito un errore di policy dal quale dobbiamo trarre le dovute lezioni, per imparare a disegnare in futuro misure più efficaci e meno costose per le finanze pubbliche» ha spiegato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nel suo intervento di chiusura dell’evento di presentazione del Rapporto dell’Upb.
Tornando al dato sul deficit, spiega Cavallari, è stato «più positivo delle attese, grazie soprattutto alle maggiori entrate, in particolare dell'Irpef che ha risentito dell'aumento delle retribuzioni e dell'operare del drenaggio fiscale». Il saldo primario inoltre è tornato positivo dopo quattro anni, allo 0,4% del pil.
L’Italia deve però continuare ad «assicurare finanze pubbliche stabili per tenere alta la fiducia dei mercati, delle famiglie e delle imprese» ma soprattutto per riuscire ad «accompagnare le trasformazioni dell'economia e della società, sbloccandone il potenziale di crescita» ha segnalato la presidente dell’Upb.
Cavallari individua degli strumenti su cui puntare in modo particolare per la tenuta dei conti pubblici. Innanzitutto serve «una decisa azione per la riduzione dell’evasione fiscale, che nonostante i risultati significativi raggiunti negli ultimi anni, soprattutto in ambito Iva attraverso strumenti volti a limitare ex ante le possibilità di evasione, il livello stimato di evasione in Italia resta tuttavia fra i più elevati in Europa». Al contempo «va rafforzata la capacità di riscossione».
Inoltre «la realizzazione degli obiettivi delle privatizzazioni, per un valore complessivo di 0,8 punti percentuali del pil nel triennio 2025-27, e la riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro dovrebbero contribuire favorevolmente alla dinamica del debito», segnala Cavallari.
E con una «diminuzione permanente del tasso medio all'emissione pari a cento punti base indurrebbe un risparmio per il servizio del debito pari a circa 21 miliardi complessivi nell'arco di tre anni».
Le previsioni sull’economia italiana sono poi esposte sia a shock esogeni ed esterni, quali le guerre, le tensioni geopolitiche, i dazi e il cambiamento climatico, sia alle incertezze interne sulle evoluzioni del Pnrr.
Da un lato, l’Upb rispetto alle previsioni di aprile prevede a causa dei dazi introdotti dall’ammistrazione di Donald Trump una frenata della domanda estera che comporterà una minore crescita del pil dell’Italia dello 0,2% nel 2026 e dello 0,1% nel 2027. I settori dell'economia italiana più colpiti dai dazi sarebbero «l'industria farmaceutica, l'attività estrattiva e la produzione di autoveicoli». Dal punto di vista occupazionale invece, continua l’Upb, «le perdite più significative si concentrerebbero in comparti che più attivano l'input di lavoro, quali la fabbricazione dei prodotti in metallo, di macchinari e il settore tessile». L'attività estrattiva «subirebbe una forte perdita di valore aggiunto, nonostante la quota di esportazioni vero gli Stati Uniti e l'aliquota tariffaria non elevate, in quanto è fortemente interconnessa con gli altri settori».. Si stimano anche effetti rilevanti su alcuni settori dei servizi non direttamente colpiti dai dazi, come le attività professionali (studi di architettura, ingegneria, legali, contabilità e gestione), la pubblicità e i servizi di ricerca e fornitura di personale.
Eppure, precisa Cavallari, «è difficile stimare l’impatto economico delle nuove barriere commerciali imposte dagli Usa che sono fortemente aleatorie, anche in virtù delle ripetute smentite da parte dell'Amministrazione degli Stati Uniti, rispetto agli annunci precedenti».
E non c’è niente di peggio dell’incertezza, ha evidenziato il ministro Giorgetti: «Ribadisco ancora una volta la necessità di pervenire quanto prima a un accordo che stabilisca in maniera chiara e univoca il livello dei dazi da applicare». L’auspicio di tutto il governo Meloni «è che si arrivi ad un accordo zero per zero ma in ogni caso, qualunque accordo appare di gran lunga preferibile al persistere di questa situazione di annunci frequenti, e a volte contraddittori, che produce un effetto destabilizzante sugli operatori economici» ha commentato il titolare del Mef.
Con l’acuirsi delle tensioni globali e il perdurare dei conflitti l’Italia ha incrementato la spesa in difesa, toccando quota (adottando la metodologia Nato di contabilizzazione) 1,5% del pil, evidenziando una crescita significativa rispetto all'1,1 per cento del 2014. Pur restando a un livello inferiore di Francia e Germania che hanno raggiunto livelli di spesa per la difesa di poco superiori al 2% del pil, mentre Polonia, Grecia e i paesi baltici (ad eccezione della Lituania) si confermano gli Stati della Ue con il rapporto più elevato, superando il 3% del pil.
In questa cornice la decisione dell’Italia di aumentare la spesa militare di mezzo punto, fino al 2% del pil, rinvierebbe di un anno la discesa del deficit sotto il 3% e «il debito inizierebbe a ridursi solo a partire dal 2028» spiega Cavallari. Mentre un uso integrale della clausola di salvaguardia, quantificabile in un aumento a regime delle spese per la difesa di 37 miliardi, «frenerebbe il percorso di consolidamento al punto tale da renderlo incoerente con la riduzione del debito in rapporto al pil e dunque riportare il debito su un sentiero discendente richiederebbe un ulteriore sforzo di consolidamento nel successivo Piano strutturale, ponendo difficili scelte di riallocazione della spesa o aumento della pressione fiscale».
Quel che è certo, ha sottolineato in materia il ministro Giorgetti, è che «l'obiettivo del 2% del pil in spese militari secondo i criteri di contabilità della Nato dovrebbe essere raggiunto già quest’anno» e che, inoltre, «prima di programmare ulteriori aumenti nella spesa in difesa il Governo ha deciso di attendere le decisioni assunte in coordinamento con i partner dell’Alleanza Atlantica e nell’ambito della Politica di Sicurezza e Difesa Comune europea».
Un’altra grande sfida che impatterà sulla finanza pubblica italiana è il cambiamento climatico: gli eventi atmosferici arriverebbero a impattare di 5,1 punti percentuali del pil nel 2050, con le attuali politiche contro il climate change. Un numero che potrebbe «essere ridotto a 0,9 con politiche coordinate a livello globale per il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2050» segnala Cavallari.
Dall’altro lato, «il rischio di non realizzare interamente la spesa entro il termine del 2026 è significativo». D’altronde sono stati messi a terra 68,3 miliardi di euro, «pari a più della metà delle risorse già ricevute (122 miliardi) e quasi un terzo delle risorse finanziarie complessive (194,4 miliardi)».
Il differimento di una quota della spesa del Pnrr al 2027, dichiara l’Upb, «produce un calo dello 0,3% sulla crescita del pil nel 2026, un balzo nel 2027 dello 0,8% e una nuova riduzione nel 2028». In ogni caso «la somma degli scarti dalla previsione di base è sostanzialmente nulla sull'intero periodo, quindi la crescita cumulata nel 2028 è uguale a quella della simulazione di base, che considera la conclusione del Pnrr l'anno prossimo».
Alla luce di tutti questi nodi da sciogliere e come «eventuali nuovi interventi per i cittadini dovranno trovare copertura attraverso aumenti di entrate o riduzioni di spese strutturali». Questo è già successo «nell’autunno scorso, con la manovra» che ha istituito il nuovo regime Irpef con tre aliquote.
Un sistema che, sottolinea l’Upb, «comporta per i dipendenti un peso maggiore del fiscal drag che rischia di erodere in misura considerevole gli incrementi nominali delle retribuzioni».
La stabilizzazione degli effetti della decontribuzione per i lavoratori dipendenti (attraverso l'introduzione di un bonus e di detrazioni specifiche per il lavoro dipendente) e dell'accorpamento delle aliquote Irpef sono infatti «modifiche che, se, da un lato, danno maggiore stabilità al sistema, dall'altro, aumentano la sensibilità dell'imposta personale sul reddito all'inflazione soprattutto per i lavoratori dipendenti».
Concretamente nel passaggio dal regime 2022 a quello 2025, «il maggiore prelievo associato a 2 punti percentuali di inflazione è più alto di circa 370 milioni» pari al +13% segnala
In un contesto in cui «la dinamica retributiva è già risultata insufficiente a compensare l'inflazione l'intensificazione del prelievo fiscale derivante dall'interazione tra quest'ultima e la progressività dell'imposta rischia di erodere in misura considerevole gli incrementi nominali delle retribuzioni, con potenziali ricadute negative sui consumi e sulla domanda interna». Nello specifico, il maggiore prelievo per l’insieme degli operai passa da 800 a 942 milioni; quello per gli impiegati è ancora più marcato, aumentando da 989 a 1.205 milioni. Particolarmente significativo è l’impatto in termini di incidenza sull’imposta pagata: la variazione percentuale dell’imposta dovuta al drenaggio fiscale passa dal 3,2 al 5,5 per cento per gli operai e dall’1,7 al 2,3 per cento per gli impiegati. Questa intensificazione del drenaggio fiscale nel passaggio al nuovo regime è «concentrata sui lavoratori dipendenti», rileva ancora l'Upb. Al contrario, per pensionati e percettori di altri redditi, l’incidenza del drenaggio rimane sostanzialmente invariata tra i due regimi. (riproduzione riservata)