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Jonathan Peled, ambasciatore d'Israele in Italia
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Iran, parla l’ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled: la guerra non mira al cambio di regime, vogliamo sia breve

di Giusy Iorlano
06 marzo 2026, 17:36 Ultimo aggiornamento: 17:37

Secondo il diplomatico Teheran aveva accumulato a fine febbraio circa tremila missili balistici in grado di colpire Israele, i Paesi del Golfo e la stessa Europa, e se non si fosse fermato sarebbe arrivato ad averne circa ottomila entro il 2027 

Un’operazione militare «limitata ma necessaria» per neutralizzare quella che Israele considera una minaccia esistenziale. È la linea esposta dall’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, nel corso di briefing ristretto con alcuni giornalisti, tra i quali Milano Finanza, venerdì 6, sull’operazione “Ruggito del leone’” lanciata il 28 febbraio insieme agli Stati Uniti contro l’Iran.

«Da 47 anni il regime iraniano rappresenta una minaccia globale ed è responsabile di attacchi e atti di terrorismo contro americani, israeliani e cittadini di altri Paesi», spiega Peled.  «Non è una guerra senza fine, vogliamo che sia di breve periodo. Puntiamo a indebolire il regime al punto che smetta di essere un pericolo e si pongano le condizioni per una via diplomatica», dichiara Peled, per il quale l’offensiva «a guida statunitense» non è un’operazione di regime change: «Il nostro obiettivo è contrastare i missili balistici, la corsa al nucleare, il terrorismo» di Teheran, pericolose non solo per Israele ma per l’intera stabilità regionale.

«Vogliamo creare le condizioni che permettano al popolo iraniano di liberarsi autonomamente del regime», anche alla luce delle proteste interne che negli ultimi anni hanno attraversato il Paese. «Nessuno crede si possa vincere solo con una campagna aerea o solo con le armi», ammette Peled. «Poi ci va strategia politica. Ora è il momento della campagna militare, poi speriamo si creeranno le condizioni per successivi processi politici e diplomatici».

La «finestra di opportunità»

La decisione di attaccare, rivela Peled, è maturata dopo il deterioramento del contesto strategico. Secondo la ricostruzione israeliana, dopo la cosiddetta “Guerra dei dodici giorni” combattuta nel giugno 2025 tra Israele e Stati Uniti da un lato e l’Iran dall’altro, Teheran avrebbe accelerato lo sviluppo delle proprie capacità nucleari e missilistiche.

Parallelamente, sostiene Israele, l’Iran avrebbe continuato a rafforzare e armare i gruppi alleati nella regione. In questo contesto, evidenzia il diplomatico, si sarebbe aperta «una finestra di opportunità» che ha portato alla decisione di intervenire militarmente. «Sarebbe stato più pericoloso non agire». Secondo l’ambasciatore i «recenti negoziati di Ginevra sono stati utilizzati da Teheran per guadagnare tempo» mentre proseguiva il potenziamento del proprio programma missilistico e nucleare. 

Le armi di Teheran nella ricostruzione di Israele

Teheran aveva accumulato a fine febbraio circa 3mila missili balistici,  in grado di colpire Israele, i Paesi del Golfo e la stessa Europa, e se non si fosse fermato sarebbe arrivato ad averne circa 8mila entro il 2027. Una «minaccia regionale e globale», dunque, considerato pure il rifornimento costante di droni e altre armi alla Russia nella guerra all’Ucraina.

La vittoria sarà la neutralizzazione di quel programma, dunque? «Non pensiamo che potremo distruggere tutti i loro missili», risponde Peled. «L’endpoint sarà fare in modo che non abbiano più la capacità di lanciare missili mettendo a repentaglio la sicurezza regionale, e che capiscano che devono cambiare strada».

Missili iraniani e risposta militare. Italia potenziale bersaglio

Sul piano operativo, nei primi sette giorni di conflitto l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici contro Israele. Secondo una fonte di sicurezza di alto livello che ha partecipato al briefing, il numero è inferiore alle aspettative delle autorità israeliane, che in passato hanno registrato anche cento missili in un solo giorno.

La diminuzione dei lanci viene attribuita alle operazioni congiunte dell’aviazione israeliana e statunitense, che stanno colpendo siti di lancio e piattaforme mobili all’interno dell’Iran prima che possano essere utilizzati.

Un altro fattore, secondo la stessa fonte, è la strategia iraniana di distribuire gli attacchi su più fronti regionali. Missili e droni sarebbero stati diretti non solo verso Israele ma anche contro infrastrutture energetiche e obiettivi in diversi Paesi della regione, oltre che verso bersagli a Cipro, Turchia e Azerbaigian, nel tentativo di creare instabilità su scala più ampia.

Per quanto riguarda, poi, i missili balistici iraniani, «la maggior parte ha una gittata di 2mila chilometri. È solo una limitazione tecnica, non di capacità. Dal punto di vista tecnico operativo è molto facile estendere la gittata. Gli iraniani hanno il know-how, la tecnologia, è solo una questione decisionale». E l’Italia «è nel range dei 3mila km, può essere raggiunta dall’ovest dell’Iran, può essere raggiunta da Teheran», ha aggiunto la fonte della sicurezza israeliana di alto livello. «Per esempio ieri Israele è stato colpito da un missile iraniano Khorramshahr-4 che ha una gittata di fino a 2mila km e una testata molto grande. Per estendere la gittata basta ridurre la testata e questo richiede un periodo di tempo molto limitato», spiega la fonte ai giornalisti.

Il fronte libanese

Nel frattempo si è aperto un secondo fronte con il Libano. Lunedì il movimento sciita Hezbollah, alleato di Teheran, ha iniziato a lanciare razzi e droni contro il territorio israeliano. «Hezbollah ha fatto un errore di calcolo» unendosi alla guerra in corso, «nonostante gli appelli del governo libanese, degli Stati Uniti e di Israele», e ora ne «pagherà il prezzo», dice Peled.

Le Israel Defense Forces stanno rispondendo colpendo infrastrutture militari e reti di finanziamento nel sud del Libano, oltre a centri di comando e controllo e obiettivi di alto profilo a Beirut. Parallelamente, l’esercito israeliano sta rafforzando il dispositivo difensivo lungo il confine settentrionale con la creazione di sette nuove postazioni avanzate a nord della Linea Blu, che si aggiungono alle cinque mantenute dopo il cessate il fuoco del novembre 2024.

Secondo la fonte di sicurezza israeliana, l’apertura del fronte libanese dimostrerebbe «l’inefficacia degli sforzi internazionali, del governo libanese e della missione United Nations Interim Force in Lebanon nel disarmare Hezbollah».

Il costo del conflitto

Nonostante l’escalation militare, Israele sostiene di essere pronto a sopportare l’impatto del conflitto. «In questi giorni circa dieci milioni di israeliani sono stati più volte costretti a rifugiarsi nei bunker o nelle stanze sicure a causa degli allarmi missilistici», ma «Israele è disposto a sostenere il costo del conflitto per eliminare una minaccia esistenziale», spiega Peled, ribadendo tuttavia che l’obiettivo finale rimane quello di «creare le condizioni per tornare a negoziati e stabilità», escludendo al momento una campagna di terra, in linea con le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.(riproduzione riservata)



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