L'accesso a internet sembra bloccato in tutto l'Iran. Lo riporta NetBlocks, il gruppo internazionale di monitoraggio della rete, mentre nel Paese si intensifica una nuova ondata di proteste che da quasi due settimane sta mettendo sotto pressione il regime di Teheran.
Da anni l’Iran sviluppa tecnologie e infrastrutture per controllare, censurare e bloccare l’accesso a internet per i suoi oltre 80 milioni di abitanti. Nel 2019, la Repubblica islamica ha interrotto la connessione durante le proteste, cercando di soffocare le manifestazioni, mentre nel 2022 le restrizioni hanno colpito WhatsApp e Instagram dopo la morte di Mahsa Amini, 22enne sotto custodia della polizia. Ogni blackout ha un impatto significativo nel Paese.
Secondo la Human Rights Activists News Agency (Hrana), organizzazione indipendente che monitora le violazioni dei diritti umani, il bilancio delle manifestazioni è salito ad almeno 36 morti dall’inizio delle contestazioni, scoppiate il 28 dicembre nel Grande bazar di Teheran. A innescare la mobilitazione sono stati il crollo del rial, l’inflazione fuori controllo e il rapido deterioramento delle condizioni economiche. A differenza del passato, la protesta è partita dai commercianti e dai piccoli imprenditori, in gran parte di etnia persiana, segnalando una frattura crescente anche nei tradizionali bacini di consenso del potere.
«Il mondo è ancora una volta testimone della coraggiosa presa di posizione del popolo iraniano. L’Europa è al loro fianco», ha scritto sui social, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.
Nel corso dei giorni il movimento si è allargato e radicalizzato, saldando istanze diverse: dai sostenitori della monarchia, che invocano il ritorno dello scià, ai giovani apertamente ostili alla Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione riferiscono di scontri diretti con le forze di sicurezza, con stazioni di polizia assediate e aree urbane temporaneamente sottratte al controllo delle autorità, un livello di escalation inedito negli ultimi anni.
Le proteste si sono estese ad almeno 17 province su 31, incluse aree considerate storicamente fedeli al regime come Qom e Mashhad, e alle regioni occidentali a maggioranza curda. Hrana denuncia una repressione particolarmente dura: tra le vittime figurerebbero anche quattro minorenni e due agenti di polizia, mentre l’agenzia filogovernativa Fars parla di ulteriori morti tra le forze dell’ordine.
Il presidente Massoud Pezeshkian, tramite il suo vice, ha invitato le forze di sicurezza a non colpire i manifestanti pacifici, distinguendoli da quelli definiti «rivoltosi» armati.
Sullo sfondo, riemerge il tema della successione politica: a Teheran si sono moltiplicati gli slogan a favore di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che dall’esilio si propone come guida di una transizione democratica, sebbene l’opposizione resti frammentata.
Le tensioni interne si intrecciano con un quadro internazionale sfavorevole per Teheran. Washington ha avvertito che non tollererà violenze sui manifestanti e, secondo indiscrezioni di intelligence citate dalla stampa britannica, la Guida suprema Ali Khamenei avrebbe predisposto un piano di fuga in caso di collasso dell’apparato di sicurezza.
Intanto il regime continua a mostrare il pugno duro: nelle ultime ore un uomo accusato di spionaggio per il Mossad è stato giustiziato. Non solo, l’Iran ha fatto sapere, tramite il ministro degli Esteri, di essere pronto a reagire se attaccato di nuovo. Parlando al suo arrivo a Beirut, Abbas Araghchi ha dichiarato ai giornalisti che l’Iran è pronto anche a negoziare con gli Stati Uniti sul suo programma nucleare, a patto che i colloqui siano basati sul rispetto reciproco piuttosto che su «imposizioni» da parte di Washington.
«America e Israele hanno testato il loro attacco contro l’Iran e questo attacco e questa strategia hanno incontrato un fallimento totale», ha affermato il ministro degli Esteri, aggiungendo che «se lo ripeteranno, si troveranno di fronte alle stesse conseguenze». «Siamo pronti a qualsiasi scelta. Non desideriamo una guerra, ma siamo pronti ad affrontarla», ha insistito Araghchi.
Araghchi ha affermato che Teheran è pronta per i negoziati sul suo programma nucleare, «ma io sostengo che i negoziati dovrebbero basarsi sul rispetto reciproco e sugli interessi reciproci». «Crediamo che una volta che gli americani giungeranno alla conclusione che negoziati costruttivi e positivi, piuttosto che ordini imposti, siano la cornice, allora i risultati di questi negoziati saranno fruttuosi», ha concluso il capo della diplomazia di Teheran. (riproduzione riservata)