Le prossime settimane potrebbero essere decisive per il futuro di Prelios. Dopo quasi un anno di trattative, costellato di accelerazioni e battute d’arresto, il dossier per la vendita del gruppo milanese presieduto da Fabrizio Palenzona e guidato da Riccardo Serrini sarebbe vicino a un punto di svolta.
Entro l’estate Ion e l’attuale azionista di Prelios Davidson Kempner potrebbero infatti firmare un accordo che valorizzi l’asset per un enterprise value di 1,3 miliardi di euro (600 milioni di equity e 700 milioni di debito). Per raggiungere questo obiettivo sarà decisivo l’accordo tra Ion e le banche sul finanziamento dell’operazione, che rappresenta l’aspetto più delicato dell’architettura finanziaria costruita negli ultimi mesi.
Discussioni con istituti esteri e italiani (circolano i nomi delle americane Jp Morgan e Goldman Sachs, di Unicredit e di un’altra grande banca tricolore) sono partite già all’inizio dell’anno e potrebbero arrivare molto presto a un punto di svolta. Nel frattempo si è chiusa la due diligence di Ion ed è scaduta l’esclusiva senza però un effetto concreto sulle negoziazioni. Il fondatore di Ion Andrea Pignataro è infatti determinato a raggiungere un accordo con il venditore e di includere Prelios al suo progetto di crescita sul mercato italiano.
Negli ultimi anni Ion ha investito in Italia circa 5 miliardi di cui 4,7 miliardi per una campagna acquisti che ha messo nel mirino prima Cedacri (servizi di outsourcing per il settore bancario) poi Cerved (credit information e credit management) quindi List (software per il settore finanziario). Senza dimenticare l'ingresso nell'azionariato del Montepaschi nel corso dell'ultimo aumento di capitale da 2,5 miliardi (2%) e l'interessamento per la Cassa di risparmio di Volterra sulla quale però rimane pendente il processo autori zzativo della Vigilanza. Complessivamente Ion ha impegnato in Italia quasi un terzo delle risorse investite dal 2005 a oggi e qui dà lavoro a circa 6.000 dipendenti, 500 dei quali sono stati assunti sotto la nuova gestione.
Veniamo a Prelios. Entrato nel capitale nel 2017, dopo un accordo con il nocciolo duro di azionisti composto allora da Pirelli, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Fenice, ora il fondo americano DK, al termine di un turnaround e di un ritorno a una redditività crescente che ha portato in cinque anni il gruppo a salire da 300 a circa 750 dipendenti, è pronto per vendere. Di ipotesi ne sono state esplorate diverse, da Intrum e Tinexta fino a Banca Progetto. Un accordo con Ion sembra però più vicino rispetto alle ipotesi studiate in precedenza.
La cessione di Prelios potrebbe mettere in movimento l’intero mondo dei servicer per il recupero di npl e utp. Il settore non è nuovo alle operazioni straordinarie. Alcune realtà hanno aperto il capitale a investitori istituzionali e retail come accaduto a DoValue che nel 2017 è sbarcata in piazza Affari. Altre società sono confluite in gruppi più grandi e strutturati come ha fatto Quaestio sgr in cui nel 2022 è entrata DeA Capital. L’anno scorso poi Illimity ha acquisito Aurora Recovery Capital (Arec), la società specializzata nella gestione di crediti utp con focus sul segmento corporate real estate. In generale però non si sono ancora viste integrazioni capaci di cambiare radicalmente le geografie del settore. Alcuni tentativi andati in questa direzione sono falliti. Così è stato ad esempio per Banca Ifis e Credito Fondiario (oggi Gardant). Non migliore fortuna hanno avuto i tentativi del fondo internazionale Värde Partners di uscire dal capitale di Guber Banca. Comprando Prelios però Pignataro però potrebbe aprire le danze per un riassetto complessivo nel settore. (riproduzione riservata)