Nei mercati, a differenza che nella serie A di calcio, non necessariamente vale la massima per cui vince sempre chi ha la miglior difesa. Anzi, in un anno di grandi divergenze – espressione ormai cara agli analisti di mercato – come lo è il 2024 sia gli strenui difensori sia gli impavidi attaccanti potrebbero avere le loro soddisfazioni.
La prova del nove? Le borse americane, asset di rischio per eccellenza, dopo il maxi-taglio dei tassi da parte della Fed da 50 punti macinano massimi storici, con Nasdaq e S&P 500 cresciuti di oltre il 21% da inizio anno. Ma dall’altra parte l’oro, il bene rifugio per antonomasia, da gennaio a oggi è salito di oltre il 32%, sfornando record su record e superando la soglia dei 2.750 dollari l’oncia.
C’è da fidarsi del lingotto, e quindi credere che in un mondo di guerre e crescita economica a rischio l’euforia dei mercati azionari sia eccessiva ? Oppure ci si può fidare delle borse, che stanno perlopiù ignorando geopolitica e rischi macroeconomici?
Forse entrambe le filosofie di investimento possono dare le loro soddisfazioni. Per questo MF-Milano Finanza ha chiamato a raccolta quattro professionisti degli investimenti chiedendo loro di proporre due portafogli tipo per un investitore con profilo di rischio medio: uno prudente e uno più aggressivo.
Le elezioni Usa sono alle porte, «con borse ai massimi, spread di credito ai minimi, ma al tempo stesso corsa dell’oro e un indice Vix (volatilità dell’S&P 500, ndr) che segnala nervosismo», elenca Fabio Caldato, portfolio manager di AcomeA sgr. «Questa combo suggerisce prudenza operativa lato investimenti». Per il money manager attualmente una buona allocazione per prudenti prevede una piccola quota di liquidità, il 45% del portafoglio in obbligazionario (di cui il 25% in bond governativi dei mercati sviluppati a breve scadenza), oro al 10%, un altro 10% in materie prime e il 30% in azioni, divise tra globali (20%) ed emergenti (10%).
Sale addirittura al 15% l’allocazione di oro, in un portafoglio di difesa, secondo Diego Toffoli, responsabile investimenti di Intermonte Advisory & Gestione. «Il lingotto resta ancora interessante: ormai il prezzo sale in qualsiasi situazione, sia con l’inflazione in rialzo che in calo, sia con il dollaro forte che debole». Questo perché, aggiunge, «a guidare gli acquisti sono azione delle banche centrali da un lato e tensioni geopolitiche dall’altro».
Per un profilo di rischio medio Giuseppe Patara, head of portfolio management Italia di Pictet Wealth Management, consiglia a oggi «un’allocazione azionaria complessiva non superiore al 45%», ma comunque prevalente visto che «l’investimento azionario è l’unico veramente in grado di controbilanciare il rischio di perdita di valore a causa dlel’inflazione». Più nello specifico di un portafoglio difensivo, oggi Patara cerca di selezionare azioni «che paghino dividendi stabili e sostenibili nel tempo». Attenzione anche, visto il peso che negli indici hanno raggiunto le Magnifiche 7, agli «strumenti che investono in indici con equiponderazione dei titoli, in opposizione a quelli che investono in base alla capitalizzazione di borsa».
Scende invece al 25% l’allocazione azionaria prudente di Aldo Martinale, senior equity portfolio manager di Shymponia sgr, con la parte americana al 16% e quella europea al 7% (il residuo 2% va agli emergenti). «Le obbligazioni invece costituiscono il 71% del portafoglio e riflettono una marcata preferenza per la parte governativa – 46% –, dove inflazione sotto controllo e debolezza del contesto economico lasciano pochi dubbi sulla traiettoria del percorso di tagli intrapreso dalla Banca Centrale Europea, che fa propendere per una preferenza relativa della curva europea rispetto a quella americana».
Per quanto riguarda il portafoglio aggressivo, Caldato di AcomeA ritiene che «la dislocazione di performance degli ultimi due anni permette di individuare settori depressi», in particolare «lusso, alcolici, produttori di auto», a cui si aggiunge «una sottoponderazione dei Paesi emergenti, Cina in primis». Ecco allora che il 50% del portafoglio di Caldato viene diviso in modo equo tra azionari emergenti e quattro diversi Etf settoriali: petroliferi, dei semiconduttori, delle auto e delle small cap globali.
Sulle piccole perle dei listini, particolarmente negative in borsa (in Italia soprattutto) nell’ultimo anno e mezzo, scommette anche Martinale di Symphonia. Fatto 100 un portafoglio aggressivo, il 66% dell’allocazione dovrebbe secondo il gestore essere destinato alle azioni, «con 16 punti sulle small cap e 9 su quelle europee: crediamo fortemente in questo segmento, che dovrebbe beneficiare della discesa dei tassi e apprezzarsi, date anche le valutazioni in generale molto attraenti».
Il portafoglio di attacco, secondo Toffoli di Intermonte, dovrebbe prevedere un 60% di azioni, con preferenza per gli Stati Uniti. Questo perché «i mercati azionari Usa, nonostante le ottime performance, gioveranno a breve della ripresa dei buyback, al termine del blackout period (periodo in cui non si possono fare riacquisti di azioni proprie, ndr)». Considerandopoi un 10% di oro, il money manager destina il restante 25% ai bond, «con una quota sugli high yield bancari», mantenendo una quota minima di liquidità (5%).
Sugli high yield è positivo anche Patara. Nel suo portafoglio da attacco il 45% azionario include «settori e Paesi che finora sono rimasti indietro» come «piccole e media capitalizzazioni, società del settore immobiliare e Paesi emergenti, con maggiore cautela sulla Cina». Sulla parte obbligazionaria invece il money manager suggerisce «ridurre la quota di emissioni societarie con scadenze intermedie (al 35% nel portafoglio prudente, ndr) per far posto ad aree più volatili ma con rendimenti attesi più alti». Tra questi c’è per l’appunto almeno un 5% di bond high yield, «che offrono un extra rendimento ancora rilevante e dovrebbero beneficiare di tassi in discesa». Spazio anche alle obbligazioni emergenti in valuta locale, «che tipicamente beneficiano delle fasi di taglio dei tassi da parte della Fed». (riproduzione riservata)