Quanto pesano davvero le big tech all’interno delle performance degli indici di borsa americani? La risposta potrebbe stupire. Quasi la metà del rendimento complessivo dello scorso anno è arrivata da soli cinque titoli: Apple, Nvidia, Microsoft, Alphabet (Google) e Amazon. Cinque società che superano 2 mila miliardi di capitalizzazione l’una.
A fare il calcolo del loro contributo alla performance complessiva è stato David Pascucci, analista di mercato del broker regolamentato Xtb, nel suo outlook di mercato per il 2025. Numeri alla mano, il rendimento del S&P 500 nel 2024 è stato superiore al 25%, mentre quello del S&P 500 Equal Weighted (in cui ogni titolo ha lo steso peso) è stato del 12,58%. Di fatto, «l’indice equipesato rende la metà di quello standard, confermando una concentrazione di capitali molto elevata su alcuni titoli», commenta Pascucci.
Se si considera il solo rendimento delle prime cinque aziende per capitalizzazione, la discrepanza è ancora più ampia: la loro performance è stata superiore al 40%, circa tre volte l’indice equiponderato e 1,5 volte quello dell’indice standard. La variabile chiave, spiega l’analista, è la capitalizzazione di mercato dei titoli: le big tech sommate hanno un valore di 15.400 miliardi di dollari, con Apple a 3.900 miliardi e Nvidia a circa 3.400. «Queste capitalizzazioni risultano estreme se consideriamo quelle delle altre società al mondo». Ad esempio in Europa l’azienda più grande è Lvmh, che capitalizza circa 330 miliardi, «un decimo della media delle big 5». In pratica, evidenzia ancora l’analista, «per fare una Apple servono 11,8 Lvmh, un dato che serve a far capire quanto queste aziende risultino dei veri e propri giganti all’interno del panorama finanziario globale».
Attenzione però al rovescio della medaglia. Non sono pochi infatti gli strategist delle grandi società di investimento secondo i quali i giganti della tecnologia americana potrebbero aver corso troppo, e ora potrebbero essere sopravvalutati rispetto al loro valore effettivo. Morale della storia: considerare di investire in indici equiponderati, che hanno scontato molto in termini di performance lo scorso anno, potrebbe essere una scelta interessante.
Ad esempio Amundi, nel suo outlook per l’anno in corso, considera come le valutazioni delle maga-cap siano cresciute molto, riflettendo spesso un forte appeal speculativo su alcuni titoli (un esempio su tutti: Tesla dopo l’elezione di Donald Trump). Quindi, a detta degli esperti della casa di gestione francese, è tempo di diversificare altrove. Magari negli indici americani equal-weighted, per l’appunto, oppure in Giappone o nelle medie capitalizzazioni europee.
Un’altra casa di gestione che invita a guardare gli indici equal-weighted è Invesco. Nel suo outlook sugli Etf il colosso americano degli investimenti si chiede proprio se il mercato continuerà a fidarsi degli indici market cap oppure se si osserverà una svolta verso, ad esempio, gli indici equal weight, in grado di distribuire meglio il rischiosul portafoglio.
Inoltre i crescenti rischi geopolitici ed economici potrebbero portare più interesse verso scelte difensive, come le strategie a volatilità controllata. A seguito dell’elezione di Trump, concludono gli esperti, è stata osservata una forte impennata proprio verso il fattore equal weight. (riproduzione riservata)