Nel calendario cinese il 2025 è l’anno del serpente di legno: una creatura che, nella simbologia orientale, invita a prendersi il tempo necessario per ragionare e pianificare le proprie scelte. Le opportunità ci sono, per chi sa agire con determinazione ma anche essere paziente ed equilibrato. Una definizione che si adatta alla perfezione a quanto sta succedendo sui mercati del Dragone: investirci può dare ancora grandi opportunità, ma le insidie sono dietro l’angolo e la pianificazione è d’obbligo.
Anche perché la Cina, dopo tre anni di crisi (legata a un settore immobiliare che fa ancora fatica a rialzarsi), si trova al punto di svolta: nel quarto trimestre 2024 il pil del Paese è riuscito, a sorpresa, a crescere del 5,4%, meglio delle attese degli analisti. Merito delle forti esportazioni, ma anche delle diverse misure di stimolo sull’economia messe in atto partire da settembre, che sono riuscite a compensare in gran parte una debole domanda interna. E gli stimoli a produzione e consumi domestici dovrebbero continuare anche quest’anno. «I produttori di auto e di elettrodomestici sono i principali datori di lavoro in Cina, basti pensare che la sola Byd impieghi oltre mezzo milione di persone», spiegano gli analisti di KraneShares. «Utilizzando come parametro l'impatto sull'occupazione, i sussidi al commercio potrebbero presto essere destinati alla tecnologia e persino ai settori della ristorazione e dei servizi di catering, come già accaduto in alcune località».
Nel frattempo, proprio dalla Cina è partito il nuovo grande scossone alle borse mondiali: lunedì 27 gennaio la notizia che l’app cinese DeepSeek, diretta rivale di ChatGpt, ha superato il software di OpenAI negli Usa, ha provocato un autentico terremoto sul listini americani, con il Nasdaq in rosso in una sola seduta di circa il 3%, zavorrato dai titoli dell’intelligenza artificiale, Nvidia e Broadcom (entrambi -17%) in primis.
Morale della storia: della Cina, quando si parla di mercati, non ci si deve mai dimenticare. E questa può essere un’opportunità anche per chi volesse investire nelle borse del Paese. La tabella Fida in basso censisce 10 fondi attivi che investono nelle piazze del Dragone. La loro performance media a un anno è del 23,1%, che scivola però al 20,6% a tre anni. Grande dispersione invece per quanto riguarda i costi: si va dallo 0,38% di commissioni (è il caso di un comparto di Lombard Odier) al 2,25% di un fondo di Invesco. La media delle commissioni è dell’1,29%.
Il rischio principale di investire in Cina oggi è la volatilità, come spiega l’analista finanziaria di Fida Monica Zerbinati. «L’indice di Sharpe, che misura l’efficienza del rendimento corretto per il rischio, si attesta a 0,52 per l’indice Fida Ffi Azionari Cina (che includono i mercati di Hong Kong e le cinesi quotate negli Usa, ndr) e 0,45 per le A Shares (cioè le azioni domestiche, ndr) su base annua». Cosa significano questi numeri? «Sottolineano che il rapporto rischio/rendimento rimane debole rispetto agli standard globali, evidenziando l’instabilità intrinseca del mercato cinese», osserva Zerbinati, che poi si concentra proprio sulle A Shares: «Spesso considerate una finestra sull’economia reale cinese, rappresentano un paradosso per gli investitori globali», evidenzia. Da un lato, «esse offrono un'esposizione unica ai settori più interni, come i beni di consumo, la sanità e la tecnologia domestica, con una correlazione più bassa rispetto ai mercati internazionali. Dall’altro, tuttavia, l’eccessiva influenza dello Stato, la volatilità elevata e la bassa trasparenza possono compromettere il potenziale di rendimento».
Insomma, la Cina va maneggiata con cura. Tra le società di gestione che si approcciano al mercato c’è Edmond de Rothschild Am, con il comparto EdR Fund China, che a un anno rende il 24% (con commissioni dell’1,7%). Xiadong Bao, portfolio manager in international and emerging equities, vede alcuni fattori che potrebbero sostenere il mercato cinese anche al di là del rischio Trump. Primo, «una valutazione storicamente interessante con un miglioramento del rendimento per gli azionisti», grazie anche a «riacquisto di azioni, miglioramento della politica dei dividendi e migliore utilizzo del flusso di cassa libero». Secondo, il settore privato del Paese. «La scoperta di DeepSeek», conclude Bao, «ha dimostrato ancora una volta che la capacità di innovazione degli operatori privati cinesi è ancora eccezionale».
Anche Eurizon, società di gestione del gruppo Intesa Sanpaolo, compare in graduatoria con il comparto EF Equity China Smart Volatility (+21,9% a un anno, commissioni dell’1,5%), gestito da un team in Lussemburgo. Gli esperti di Eurizon Slj, che invece è la controllata londinese del gruppo, invitano a focalizzarsi sulle valutazioni del mercato. «Da un punto di vista valutativo, secondo Bloomberg, il rapporto prezzo utili dell'indice Hang Seng è inferiore alla media storica a 10 volte e quello dell'indice onshore Csi 300 è intorno alla media storica a 15. Se le prossime politiche saranno in grado di guidare efficacemente la crescita economica nel 2025, riteniamo che i titoli azionari cinesi possano registrare un'ulteriore rivalutazione e un upgrade degli utili». I settori da preferire oggi? «Riteniamo interessanti i settori ad alto dividendo e con valutazioni basse, come le banche Soe (statali, ndr)», concludono gli esperti.
Con il comparto Multistock China Evolution Equity Gam ha messo a segno nell’ultimo anno una performance del 21,3%, con commissioni all’1,5%. «Nel 2025 la nostra strategia», sottolinea la investment director Asia-China growth equities, Jian Shi Cortesi, «si concentrerà sulle società asiatiche e cinesi che beneficiano delle tendenze a lungo termine nei consumi, nella tecnologia e nell’energia pulita. Ci focalizziamo su imprese che concentrano la crescita nei mercati locali». Ad esempio, aggiunge, «le principali aziende cinesi nella catena di distribuzione dei veicoli elettrici stanno ampliando la loro quota di mercato nel Sudest asiatico, in America Latina, Europa dell’Est e Africa attraverso l’innovazione dei prodotti e le economie di scala, nonostante le barriere commerciali in Europa e negli Stati Uniti». (riproduzione riservata)