L'Italia non è terra attraente per l'm&a. O almeno, lo è molto meno di quanto lo fosse negli ultimi anni. A confermalo sono i dati che vengono dall'ultimo Mergers and Acquisitions Attractiveness Index Score (Maais), compilato dal Mergers & Acquisitions Research Centre della Business School (ex-Cass) di Londra, dal quale emerge che, in merito all'attività del 2020, il Paese si colloca al 36° posto, perdendo tre posizioni rispetto all'anno precedente. Un declino rapido e costante: negli ultimi cinque anni l'Italia ha perso ben 23 posizioni.
L'indice prende in considerazione vari criteri volti a misurate la capacità dei Paesi di attrarre e mantenere le attività di fusione e acquisizione domestiche e in entrata. Capacità che in Italia, allo stato attuale, sembrerebbe essere carente: "Il posto in classifica del Paese", commenta Naaguesh Appadu, ricercatore presso la Business School e principale co-autore del rapporto, "è figlio di fattori normativi e politici e della spesa pubblica, insieme a un calo del 18% dei volumi m&a". L'esperto aggiunge che "si prevede un'ulteriore contrazione dell'economia, che potrebbe influenzare l'attività nel breve termine".
E se l'Italia arranca fuori dalla graduatoria dei migliori 30, altri Paesi possono esultare. Il Regno Unito, per esempio, che continua a mantenere una proposta d'investimento attraente, nonostante l'uscita dall'Ue. Nell'ultimo anno Londra ha guadagnato due posizioni in classifica, arrivando al terzo posto in Europa, dietro Germania e Paesi Bassi, e al quinto mondiale. A favorire l'exploit britannico ci sono gli asset del Paese a livello di infrastrutture e beni, oltre alle competenze tecnologiche.
A livello globale, i campioni indiscussi della classifica sono Stati Uniti e Singapore, favoriti anch'essi da infrastrutture e beni estremamente robusti. Grazie al miglioramento della performance socio-economica, l'Arabia Saudita ha migliorato il suo score di 20 posizioni, entrando nella top-30 mondiale. Bene anche l'Islanda, salita al 32° posto (+13 posizioni) grazie agli elevati score Esg. In sofferenza invece il Brasile, sceso di 12 posizioni a causa delle scarse performance normative e politiche, e la Cina, calata di 20 posti per via di bassi punteggi normativi ed Esg. (riproduzione riservata)