Come nel capitolo della morte del Principe di Salina del Gattopardo la strategia ambientale europea sta morendo piano piano, inesorabilmente, assomiglia al lento scorrere della sabbia nella clessidra della vita. L’Europa sa bene cosa le sta succedendo, i suoi movimenti ricordano proprio Don Fabrizio sul terrazzo del suo ultimo respiro.
Uno dei granelli del sogno elettrico se ne è appena andato, lasciando Renault per approdare direttamente nel lusso vero di Kering: Luca de Meo è il simbolo di questa fine. Ha staccato la spina.
Eppure, che si sia passati dal New Green Deal al New War Deal lo dicono in modo freddo due numeri e non c'era bisogno di aspettare l'addio del manager caro a Sergio Marchionne, di cui tra poco ricorrerà il settimo anniversario della scomparsa: l'Unione Europea ha fornito all'Ucraina 132 miliardi (70 miliardi di aiuti finanziari e umanitari, 62 miliardi di aiuti militari) da quando è scoppiata la guerra, mentre ammontano a 315 miliardi di euro le spese per la difesa dei Paesi membri.
E a questi si dovrebbero aggiungere gli 800 miliardi del ReArm deciso dalla Commissione, ribattezzato ipocritamente Readiness 2030, come se cambiasse qualcosa parlare di prontezza invece che di armi. Si fanno i soldi con i carri armati, non più con le automobili, tanto che il governo francese proprio a Renault ha chiesto di costruire droni da mandare in Ucraina, mezzi che come noto non si possono guidare per andare al lavoro.
La scossa di Donald Trump, che ha deciso di non finanziare più l'Europa per difendersi dalle brame di invasione di Vladimir Putin, ha messo in atto una gigantesca riconversione industriale, in prospettiva destinata ad aumentare. E la guerra tra Israele e Iran, che gela le borse, non può che peggiorare la situazione, come ha raccontato l'inchiesta di copertina di Milano Finanza del 14 giugno.
In Europa è in atto una nuova strategia industriale di cui in Italia si parla molto poco, nel disinteresse della Confindustria di Emanuele Orsini, il quale preferisce chiedere i soliti sussidi al governo sapendo bene che non ci sono i soldi in cassa.
E il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti deve pensare a ben altro e nel silenzio del resto dell'esecutivo di Giorgia Meloni, al lavoro su un progetto per diecimila riservisti. I Paesi europei si stanno riarmando, dell'Italia si sa ben poco mentre il Parlamento appare all'oscuro di tutto.
Le cifre sono impressionanti. Si va dagli oltre 90 miliardi di euro della Germania ai circa 550 milioni di Cipro. E tra i primi 10 c’è anche l’Italia, con 32 miliardi di euro, pari all’1,5% del pil ma con una traiettoria verso il 3%. Al primo posto svetta appunto Berlino, con una proiezione a 400 miliardi nei prossimi 10 anni, che varrebbero oltre il 9% del pil.
A fare un po' di conti è stato un rapporto di Ubs (European Economic Perspectives Europe: Defence spending - key issues), che riepiloga anche l’entità dei futuri aumenti del budget militare decisi dai singoli governi. Secondo i dati aggiornati del documento, raccontato su MF-Milano Finanza da Angela Zoppo, nel 2024 l’Europa ha destinato in media l’1,9% del pil al budget per la difesa.
Ma se si escludono i Paesi Ue non membri dell’Alleanza Atlantica (Austria, Cipro, Irlanda e Malta), la media sale al 2,2%, sopra la soglia raccomandata dalla Nato.
Se la top ten per volume di spesa è dominata dal Paese dei lander, a guidare la classifica della percentuale di pil destinata alla difesa è invece la Polonia, con ben il 4,2%, seguita da Estonia, Lituania, Lettonia e Grecia, tutti sopra il 3%. Per il blocco centro-orientale decisivo l’effetto della minaccia russa, dall’invasione dell’Ucraina in poi. Tolta Atene, sono i membri dell'ex Patto di Varsavia che conoscono bene il morso dell'orso di Mosca come l'orrore della dominazione nazista.
Diversa la situazione nei grandi Paesi dell’Eurozona. Germania e Francia sono già poco oltre il 2%, mentre Italia e Spagna restano al di sotto, nonostante gli impegni assunti. Il nostro paese, per esempio, non ha ancora attivato la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità per aumentare la spesa militare, altra spia del malessere dell'Europa che per le spese di welfare non accetta nessuna deroga.
Secondo Ubs, a frenare l’Italia e gli altri Stati è anche la limitata disponibilità di risorse fiscali e il ministro dell'Economia, che ha giustamente messo in rilievo il problema demografico sui conti pubblici, la classica bomba ad orologeria, si scusi la metafora in questi tempi difficili.
L’inutile vertice Nato del 24-25 giugno, spazzato via dalla fredda attualità degli attacchi israeliani al regime iraniano di Khamenei doveva alzare l’asticella dell’obiettivo di spesa per la difesa addirittura al 5%. Non è avvenuto, anche perché ci stanno pensando i Paesi in autonomia, a cominciare dalla Germania.
A livello di alleanza è stata trovata la formula del 3,5% per la difesa in senso stretto e dell’1,5% in un concetto estensivo di difesa, nel quale rientrano anche le infrastrutture strategiche (tipo il Ponte sullo Stretto), per far quadrare i conti anche ai Paesi che sono più in difficoltà a livello di capacità di spesa.
Non si capisce come questa cosa non faccia venire i brividi a chi si ricorda di come iniziò la Seconda guerra mondiale. (riproduzione riservata)