Regole stringenti e limiti strutturali nell’accesso al capitale frenano le fintech italiane, che restano un passo dietro le rivali europee soprattutto nelle fasi iniziali di sviluppo. Negli anni gli startupper tricolore sono sempre meno inclini a rischiare, quindi a innovare, e hanno iniziato a uniformarsi al tessuto economico del Paese, dominato dalle pmi.
Si è avviato così un processo di trasformazione in piccoli imprenditori, che presto potrebbero andare alla ricerca di prestiti dalle banche e non di capitale dagli investitori, compito facilitato da ricavi diventati oramai ricorrenti.
Il fenomeno è analizzato nel dettaglio nello studio Founders vs Investors: two faces of Fintech funding, realizzato da Ey e Fintech District. Il documento fa chiarezza anche sul picco raggiunto in Italia nel 2022, anno terminato con un miliardo di finanziamenti solo grazie al boom di Scalapay e Satispay.
Dopo il settore si è normalizzato e il funding è sceso a 174 milioni nel 2023, per poi risalire a 250 milioni nel 2024. Un segnale comunque di ripresa e confermato anche dal numero di startup attive, più di 600 alla fine dell’anno scorso.
Il problema è che in Italia gli unicorni faticano a nascere e abbondano realtà con ricavi in media di 500-600 mila euro. Colpa anche della mentalità degli startupper, che preferiscono insistere su settori come quello dei pagamenti, gettonati ma saturi. «Il dialogo tra founder e investitori nel fintech italiano è segnato troppo spesso da aspettative divergenti», spiega Andrea Ferretti, Italy markets & business development leader per i financial services di EY.
«I founder tendono a presentare progetti con ambizioni contenute, mentre gli investitori cercano visione, scalabilità e leadership. Questo disallineamento si riflette nei numeri: un founder su quattro ha raccolto meno del previsto, mentre il 53% degli investitori individua una delle principali barriere nella mancanza di visione strategica».
Per entrambe le categorie il mercato locale resta troppo complesso anche per l’eccesso di regole, che amplifica i costi. L’arretratezza si estende agli incentivi fiscali, altra falla che porta i capitali all’estero.
Si crea così un vuoto non colmato né da banche né da assicurazioni, che a differenza dei competitor Usa investono in innovazione solo con prudenza. Anche per questi motivi in Italia le exit milionarie latitano e le startup vanno verso l’m&a con altre società o l’ipo.
Il trend potrebbe migliorare entro pochi mesi perché il mercato nazionale si è stabilizzato, e con la maturità dovrebbero arrivare nuovi capitali. «L’ecosistema del fintech italiano è giunto in una fase cruciale», spiega Clelia Tosi, head of Fintech District. «Dopo la crescita del 2022 e il successivo assestamento, i timidi segnali di ripresa del 2024 devono costituire un nuovo punto di partenza. Per attrarre capitali le startup devono consolidare modelli di business sostenibili e conformi in termini di compliance e rischio».
In caso contrario, un approccio troppo prudente rallenterà ancora l’ecosistema italiano, che fatica a sviluppare scaleup internazionali e rischia di diventare terra di conquista. (riproduzione riservata)