Se non bastasse il braccio di ferro sui dazi Usa, ad agitare i mercati è arrivata anche la decisione dell'Opec+ di aumentare la produzione di petrolio nonostante l'eccesso di offerta. Secondo Marlen Shokhitbayev, lead analyst di Scope Ratings, la combinazione di uno shock domanda-offerta alla lunga non sarà indolore per le major petrolifere, soprattutto se i prezzi rimarranno relativamente bassi o scenderanno ulteriormente. I gruppi integrati oil&gas (Ioc) europei potrebbero rivedere i loro piani sul fronte sia della spesa in conto capitale che della remunerazione degli azionisti.
Per Shokhitbayev le principali Ioc godono al momento di solidi bilanci e di politiche finanziarie flessibili, in grado di assorbire eventuali shock a breve termine adottando contromisure come la riduzione dei buyback o il posticipo degli investimenti. «Tuttavia», si legge nel report, «un prolungato periodo di prezzi bassi, sotto i 60 dollari al barile, potrebbe intaccare nel tempo la qualità del credito, soprattutto se l’incertezza globale dovesse perdurare».
Le compagnie restano quindi sotto pressione nonostante abbiano iniziato il 2025 con una buona posizione finanziaria.
Come ricorda l’analista, il futuro dell’equilibrio tra domanda e offerta dipenderà dalle decisioni geopolitiche e macroeconomiche dei grandi attori globali, comprese le mosse della Casa Bianca e degli stati membri dell’Opec+. «Nel lungo termine prevediamo che una minore domanda di idrocarburi e normative ambientali più severe modificheranno l'economia dei progetti petroliferi e del gas aumentando il rischio di asset inutilizzati», spiega Shokhitbayev a MF-Milano Finanza.
Ma quali contromisure sarebbero meno sgradite al mercato? «Dal punto di vista degli investitori del credito, la soluzione preferita è che le compagnie riducano i riacquisti di azioni», è la risposta.
L’analista di Scope Ratings individua tre distinte strategie da parte delle Oic: quella oil first, guidata dalle major statunitensi e da Shell; quella ibrida, i cui capofila sono TotalEnergies ed Eni tra le major europee; quella going green, come per Repsol e Bp, che però ora si è convertita alla strategia ibrida. «Questa varietà», osserva Shokhitbayev, «offre agli investitori una scelta su come bilanciare al meglio l’esposizione al settore». Eni, in particolare, «si differenzia dai competitor che hanno ridotto la spesa in tecnologie a basse emissioni di Co2. Il gruppo italiano infatti continua a sviluppare le attività di transizione e trasformazione pur essendo ancora molto esposto al core business di esplorazione e produzione». (riproduzione riservata)