Il futuro dell’Unione Europea si gioca sulla capacità di rifondare il proprio modello economico-sociale. In un’epoca complessa e caratterizzata da policrisi è necessario trovare una via d’uscita da quello che il Florence Report 2026 dell’Istituto Universitario Europeo, presentato al Cnel, definisce il «Modello a Responsabilità Ridotta» sul quale l’Ue è stata costruita. L’Europa non deve rincorrere i paradigmi di sviluppo tecnologico d’oltreoceano, bensì avere il coraggio e l’immaginazione di tracciare traiettorie di innovazione specificamente europee che abbraccino la tripla sostenibilità: sociale, ambientale e fiscale.
In questo scenario di profondo rinnovamento, un welfare state efficace e moderno non è solo un fattore di riequilibrio sociale, ma deve essere riconosciuto come la chiave per sbloccare l’innovazione e la crescita a lungo termine. La sicurezza sociale offre ai cittadini la stabilità necessaria per assumere rischi imprenditoriali, per formarsi lungo l’arco della vita e per adattarsi con flessibilità ai cambiamenti del mercato globale. Insieme a mercati profondi dei capitali, questo facilita investimenti ad alto rischio e alto rendimento. Al contempo, la regolamentazione europea non deve essere vista come uno strumento che soffoca il dinamico tessuto imprenditoriale, bensì come il perimetro istituzionale capace di aiutare le imprese a crescere di scala, evitando però che si creino grandi oligopoli privati che catturano il livello politico, come vediamo sempre più di frequente negli Usa.
Questa nuova visione della natura stessa dell’Ue necessita di un soprassalto democratico. Ci vuole un Nuovo Contratto Sociale Europeo ispirato alla riflessione filosofica di Jürgen Habermas, il filosofo tedesco deceduto alcuni mesi fa. Si tratta di un contratto sociale fondato su una solidarietà di tipo assicurativo che parta dalla piena condivisione dei rischi a livello sovranazionale. Questa impostazione supera la logica dei trasferimenti unilaterali dagli Stati membri più ricchi a quelli più poveri, creando meccanismi istituzionali di tutele reciproche che uniscano i popoli europei a fronte di una incertezza endemica e shock sempre più simmetrici. Questa logica assicurativa permetterà anche di superare le reticenze all’emissione di debito comune per fianziare tali programmi. Il corto orizzonte temporale dei leader nazionali rende difficili scelte così fondamentali. Non siamo però senza speranza. Come emerge dai sondaggi condotti a livello continentale, i cittadini europei mostrano preferenze molto più convergenti rispetto ai rispettivi governi. Mentre gli esecutivi si scontrano in veti incrociati guidati da miopi interessi elettorali a breve termine, la popolazione esprime un forte sostegno a un un ruolo maggiore dell’Europa su priorità quali la difesa e la sicurezza, la transizione ambientale, gli investimenti nell’innovazione e nel capitale umano. Esiste già, nei fatti e nei dati, un’opinione pubblica europea matura, pronta per un’integrazione più coraggiosa, che attende solo che la classe politica trovi il medesimo slancio ideale.
Il rilancio del progetto europeo passa da soddisfare la richiesta dei cittadini di edificare un'Europa che sia più competitiva, solidale e sovrana. Sette paesi andranno alle elezioni nel 2027. Ci vorrebbe una classe dirigente pronta a trasformare questa domanda di più Europa in offerta politica.
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*già direttore generale
per gli Affari Economici
e Finanziari della Ue