Nelle partecipate pubbliche italiane il problema non sono più soltanto gli stipendi. Decisivo è il momento in cui un manager lascia il comando, anche in assenza di crisi o discontinuità traumatiche. Il caso di Giuseppina Di Foggia ha portato alla luce un meccanismo consolidato: la buonuscita da 7,3 milioni maturata in Terna - originata da un verbale contrattuale di 36 pagine con omissis - è divenuta politicamente scivolosa nel momento in cui il nome della manager è entrato nella partita per la presidenza di Eni.
Il punto di rottura è arrivato quando il ministero dell’Economia, guidato da Giancarlo Giorgetti, ha richiamato una circolare del 2023 secondo cui l’indennità non è dovuta in caso di passaggio ad altro incarico pubblico. Da Palazzo Chigi la linea è stata netta: o la buonuscita o la presidenza della compagnia petrolifera. La manager ha così scelto di rinunciare all’indennità.
Il caso Terna ha mostrato con chiarezza che il sistema è tutt’altro che blindato. Scorrendo le principali partecipate, emerge una costante: i contratti continuano a prevedere buonuscite fino a due annualità tra fisso e variabile. In Leonardo Roberto Cingolani lascia - senza riposizionamento alcuno - con una remunerazione complessiva attorno a 6 milioni e un potenziale di buonuscita nell’ordine dei 4 milioni, a cui si sommano piani azionari maturati che portano il totale a 7-8 milioni.
Anche nei casi di continuità gestionale, come quelli di Matteo Del Fante in Poste Italiane o di Claudio Descalzi in Eni, il paracadute resta strutturale: due annualità di riferimento tra fisso e bonus, che nel caso dei top manager possono valere tra 3 e 8 milioni. L’evidenza dei numeri dimostra un’asimmetria tra rischio di impresa e beneficio personale del singolo amministratore.
Già nel 2014 il Tesoro ha introdotto direttive mirate al contenimento di compensi, fissando tetti salariali e vincolando le indennità a parametri di rendimento più stringenti. Ma tali accorgimenti normativi si scontrano con le regole di ingaggio della finanza e con le pressioni dei cacciatori di teste, che impongono continue deroghe in sede di stesura dei contratti.
I paracadute restano così integrati nei pacchetti retributivi per mezzo della proliferazione delle quote variabili, dei premi differiti e delle azioni assegnate a titolo gratuito. È un’ambiguità strutturale dove la governance resta sospesa tra logiche di mercato e inerzia politica, con l’eccezione isolata di Flavio Cattaneo, che già dal 2023 ha rinunciato alla liquidazione entrando in Enel.
Dove si è inceppato il meccanismo? Forse sul fronte dell’azionista pubblico: da un lato richiama al contenimento dei costi, dall’altro in assemblea approva politiche di remunerazione che incorporano quelle clausole. A fronte di ciò c’è chi suggerisce di trasformare la linea in vincolo operativo già al momento dell’ingaggio dei manager. (riproduzione riservata)