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Il 30% delle aziende che ha delocalizzato ci starebbe ripensando

I pentiti del reshoring

Pagina a cura di Nicola Capuzzo
MF - Numero 202 pag. 25 del 14/10/2022

Tra i fattori che favoriscono il rientro ci sono le politiche per la digitalizzazione, l'Industria 4.0 e il Green New Deal. E la possibilità del marchio «made in Italy»

Ben il 30% delle imprese italiane che in passato hanno delocalizzato la produzione ha cambiato strategia, mentre 16,5% ha già optato per il backshoring (totale o parziale) e più del 12% dichiara di averlo programmato nel medio-lungo termine (da 3 a oltre 5 anni). Il 14% ha invece optato per un cambio di localizzazione, ma sempre all'estero (nearshoring o further offshoring). E' quanto emerge da un'indagine condotta dal gruppo di ricerca Re4It su un campione di oltre 700 imprese e presentata all'assemblea di Alsea (Associazione lombarda autotrasportatori e spedizionieri) da Stefano Elia, docente di International Business al Politecnico di Milano. Secondo l'indagine il potenziamento delle politiche esistenti che favoriscono la digitalizzazione, l'Industria 4.0 e il Green New Deal potrebbero promuovere il rientro sia delle forniture (rendendo sempre più idonei i fornitori italiani) sia della produzione. Ma per favorire il reshoring occorre anche affrontare a livello centrale i problemi strutturali che da sempre rendono l'Italia meno attrattiva di altri paesi: burocrazia, sistema giudiziario, pressione fiscale, infrastrutture, innovazione, costo del lavoro e dell'energia, debito pubblico. Abbigliamento, articoli in pelle e simili, macchinari e apparecchiature elettriche i settori più interessati dal reshoring, mentre le regioni d'Italia più coinvolte sono quelle più industrializzate ovvero Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, seguite da Toscana, Marche e Piemonte.

Tra le ragioni che spingono le aziende a riportare o riavvicinare la produzione all'Italia spiccano l'effetto «Made in» (poter proporre un prodotto Made in Italy), il miglioramento del servizio al cliente, riorganizzazioni aziendali, vicinanza fra produzione e ricerca&sviluppo e infine scarsa qualità delle produzioni delocalizzate. L'indagine ha dedicato un focus alla Lombardia dove l'84% dei rispondenti (641 su 762 imprese) ha detto di non aver delocalizzato la produzione a causa di maggiori costi di controllo e coordinamento delle produzioni all'estero, esigenza di produrre in piccoli lotti e per avvantaggiarsi dell'effetto «made in». Il 16% delle imprese rispondenti ha realizzato il cosiddetto offshoring produttivo (per lo più Pmi che esportano oltre metà del fatturato), opera in larga parte nei settori macchinari e prodotti in metallo, sia in Italia che in Lombardia, e lo ha fatto per ridurre i costi di produzione, soprattutto il costo del lavoro, e per l'accesso ai mercati, la disponibilità di materie prime e di fornitori all'estero (quest'ultimo molto rilevante in Lombardia). Le principali motivazioni del backshoring di produzione a livello nazionale sono invece legate a tempi di consegna, necessità di migliorare il servizio al cliente, ridurre i costi della logistica, made-in e costo del lavoro. Interessante notare per la Lombardia il ruolo rilevante giocato dall'implementazione di tecnologie Industria 4.0 e dalla perdita di competenze di produzione.

Un capitolo a parte è stato dedicato ai driver che inducono al backshoring degli approvvigionamenti. Le principali motivazione per le imprese italiane e lombarde sono la disponibilità di fornitori idonei in Italia e i tempi di consegna maggiori di quelli attesi. A seguire le aziende hanno rilocalizzato gli approvvigionamenti a causa di un aumento dei costi di fornitura all'estero, di costi logistici effettivi maggiori di quelli attesi, della presenza di un lotto minimo di acquisto e difficoltà di coordinamento con i terzisti. Da notare anche il ruolo giocato dalla scarsa qualità delle forniture estere per le imprese lombarde, mentre all'ultimo posto si trovano le motivazioni ambientali (ad esempio la riduzione delle emissioni di CO2) anche da parte di società benefit.

Per completare il quadro sono necessarie anche politiche per l'incremento delle competenze manifatturiere, digitali e manageriali, dato che la riorganizzazione della attività produttive da un paese all'altro e l'adozione di nuovi modelli di business sostenibili e digitali richiede capacità gestionali e produttive non sempre immediatamente disponibili. (riproduzione riservata)



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