L’incertezza scatenata dai nuovi dazi imposti dal presidente americano Donald Trump al 15% – dopo la sentenza di venerdì 21 febbraio in cui la Corte Suprema ha bocciato le tariffe fissate ad aprile – ha provocato vincitori e vinti.
Se infatti alcuni Paesi sconteranno effettivamente una tassa sulle importazioni inferiore a quella precedente (è il caso di Cina e Brasile), altri vedranno penalizzata la propria politica commerciale. Per esempio, tanto l’Unione Europea quanto il Regno Unito beneficiavano fino a settimana scorsa di una percentuale del 10% sulle esportazioni, decisa a seguito di accordi bilaterali con gli Usa. Ma la sentenza della Corte mette ora il tutto in discussione.
Secondo un’indagine di Reuters, tra le nazioni che partivano da regimi tariffari inferiori alla soglia del 15%, ora destinate a subire un incremento dei propri dazi per allinearsi al nuovo standard, c’è anche l’Italia, con un aumento di 1,7 punti percentuali rispetto ai livelli precedenti, per adeguarsi al nuovo piano. La malasorte colpisce anche il Regno Unito (+2%), il Giappone, la Germania, la Francia, la Corea del Sud, l’Unione Europea (+0,78%), i Paesi Bassi, Singapore e l’Irlanda.
Al contrario, i Paesi caratterizzati da tariffe iniziali molto elevate beneficiano di una riduzione: la Cina vede una flessione di 7,14 punti (pur rimanendo sopra la soglia del 15%), mentre il Brasile registra il calo più significativo con una diminuzione del 13,56%. Tra i fortunati ci sono anche India, Vietnam, Thailandia, Taiwan, Malesia, Messico e Canada.
Il quadro evidenzia una tendenza alla convergenza internazionale verso il parametro del 15%, che agisce alzando i costi doganali per i mercati storicamente più aperti e riducendo la pressione fiscale per quelli che partivano da posizioni più protezionistiche. (riproduzione riservata)