Nel suo attacco frontale a Enel l’hedge fund londinese Covalis Capital ha sempre escluso di essere un attivista. Non è una novità. Molti investitori che negli ultimi anni hanno pungolato le aziende europee non rientrano nella categoria rappresentata dal fondo Elliott di Paul Singer o dal Third Point Management di Daniel Loeb.
Non solo perché diverso è il profilo di questi nuovi azionisti, ma anche perché le modalità operative nelle proxy fight sono differenti rispetto a quelle dei attivisti. Oltre agli hedge oggi in manovra ci sono asset manager, fondi pensione e in qualche caso perfino fondi sovrani, tutti pronti a fare le pulci alle società partecipate e a influenzare l’azione del management.
Il risultato è che, anche nel mercato europeo, le campagne di attivismo sono in crescita. Lo dimostra l’osservatorio di M&A di Unicredit che da oltre un anno ha iniziato a offrire servizi di advisory alla clientela corporate per gestire queste problematiche. «L’attivismo, sia a livello globale, che in Europa e in Italia, è un fenomeno in forte crescita. Aumentano infatti sia le campagne che gli attori: si moltiplicano i fondi hedge dedicati a fare attivismo, ma iniziano a farlo anche i più tradizionali asset manager, nell’ambito di una industria che si sta polarizzando tra la passivizzazione da un lato e lo stewardship, l’engagement fino ad arrivare all’attivismo dall’altro», spiega a MF-Milano Finanza Luca Azzara, associate director advisory & capital markets di Unicredit.
Solo in Italia piazza Gae Aulenti ritiene che ci siano 37 società possibili target di attivismo con una capitalizzazione media di 1,1 miliardi. A livello europeo il numero sale a circa trecento: 123 tedesche con capitalizzazione media 2,6 miliardi e 112 francesi a quota 1,4 miliardi. Il trend è in crescita, come dimostrano i dati del primo trimestre 2023. Tra gennaio e marzo nel vecchio continente si sono registrate 26 campagne, con un incremento del 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il paese dove la dialettica tra fondi e società è risultata più intensa è la Germania, con il 23% delle campagne complessive. Bluebell per esempio ha chiesto a Bayer di separare l’attività di scienza delle colture dalla farmaceutica. Il fondo inglese ha inoltre fatto pressione per ottenere la vendita o la quotazione di altri rami d’azienda, chiedendo un nuovo presidente indipendente per il consiglio di sorveglianza. Una pressione non nuova visto che Bayer è da tempo nel mirino degli investitori, sicuramente dall'accordo del 2018 da 63 miliardi di dollari con cui ha acquisito il colosso Monsanto, che ha portato a numerose cause legali.
L’industria insieme ai beni di consumo e alle materie prime sono oggi i principali settori produttivi nel mirino degli attivisti in Europa. La cosa non sorprende, sia per la forte vocazione manifatturiera dell’economia continentale che per il buono stato di salute di cui in questa fase gode il settore finanziario, mentre sanità e comunicazioni hanno un peso specifico inferiore. In termini dimensionali, i fondi tendono a prendere di mira soprattutto aziende molto grandi (con capitalizzazione superiore ai 10 miliardi di dollari, pari al 38% della platea complessiva) oppure piccole con un valore di mercato inferiore ai 500 milioni (27%), mentre le altre tipologie hanno un peso inferiore.
Cosa chiedono gli attivisti alle società europee? La richiesta più frequente secondo l’osservatorio di Unicredit rimane lo spezzatino, con una particolare attenzione rivolta ai temi climatici e ambientali. Altro argomento molto caldo è la rappresentanza nei consigli di amministrazione, seguita dalle operazioni di buyback, dall’opposizione ai deal di m&a e dal taglio dei costi. In particolare nel 2023 piazza Gae Aulenti si aspetta affondi soprattutto sulle business operation mentre nel 2022 l’obiettivo principale era return and valuation. L’inversione di tendenza non stupisce gli esperti visto che la maggiore attenzione al controllo dei costi e all’efficientamento dei processi ha reso più virtuose le società.
«Noi di Unicredit supportiamo il management e il board delle società nell’identificare, gestire, risolvere le vulnerabilità delle loro aziende, mettendo a disposizione tutti i servizi della nostra piattaforma di Advisory & Capital Markets», commenta Azzara, chiosando: «È sbagliato credere che vincere una proxy fight sia un traguardo. Spesso si tratta solo dell’inizio di un necessario percorso di engagement da sviluppare con tutti gli azionisti». (riproduzione riservata)