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I 6 cigni grigi del 2026: ecco cosa accade se si avverano secondo State Street
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I 6 cigni grigi del 2026: ecco cosa accade se si avverano secondo State Street

05 febbraio 2026, 15:50 Ultimo aggiornamento: 16:01

Non bastavano i cigni neri. State Street Investment Management ha individuato sei cigni grigi che potrebbero influenzare i mercati nel corso del 2026

Non bastavano i cigni neri. State Street Investment Management ha individuato sei cigni grigi che potrebbero influenzare i mercati nel corso del 2026.

1. L’AI non riesce a scalare

L’intelligenza artificiale è stata considerata come una forza trasformativa, in grado di trainare gli investimenti in capitale e di generare incrementi in termini di produttività. «Il nostro Global Market Outlook considera l’AI una forza strutturale che influenza ogni aspetto, dagli utili societari alle decisioni di policy, accelerando la produttività e rimodellando le dinamiche competitive», sottolinea Lori Heinel, executive vice president, global chief investment officer di State Street Investment Management.

Sebbene le valutazioni azionarie legate all’AI siano molto elevate, l’argomentazione è che l’AI si trovi ancora in una fase iniziale del proprio percorso di monetizzazione e abbia il potenziale per una crescita reale futura degli utili in un’ampia gamma di settori e aree geografiche.

Ma cosa accadrebbe se l’AI non riuscisse a scalare come previsto? Se vincoli sistemici quali carenze di semiconduttori, limiti nell’approvvigionamento energetico e barriere regolamentari convergessero, ribaltando la narrazione prevista. Uno scenario così improbabile, una sorta di «tempesta perfetta», costituisce la base di questo cigno grigio, avverte Heinel.

La fame di potenza di calcolo dell’AI si è finora dimostrata insaziabile e la scalabilità dei large language model o dei sistemi generativi avanzati richiede una fornitura costante di chip semiconduttori ad alte prestazioni. Poiché la produzione di questi chip è in gran parte concentrata in poche regioni e dominata da un numero relativamente ristretto di aziende, «eventuali interruzioni dell’approvvigionamento potrebbero avere effetti di ampia portata», prevede l’esperta.

Pressioni energetiche e contraccolpi sistemici

L’addestramento e l’implementazione di modelli di AI avanzati consumano enormi quantità di energia, con il rischio che la domanda superi la capacità della rete. Ad esempio, in Virginia, dove la contea di Loudoun ospita la più alta concentrazione mondiale di data center, che già rappresentano oltre il 20% delle vendite di Dominion Energy, la crescita della domanda è destinata a raddoppiare il consumo energetico totale dello Stato entro il 2040.

«Se la rete non riuscisse a tenere il passo, l’effetto a catena di prezzi energetici in aumento e preoccupazioni ambientali potrebbe innescare una resistenza pubblica e politica più localizzata. Prezzi dell’energia più elevati», continua l’esperta, «eroderebbero inoltre i margini del settore tecnologico, mentre un blocco nella costruzione di data center potrebbe limitare severamente il progresso dell’AI».

Un fallimento della scalabilità mette in discussione il consenso sulla crescita dell’AI. Finora coloro che sono coinvolti nello sviluppo dell’AI hanno dimostrato di saper navigare in un contesto in evoluzione, ma una combinazione di sviluppi inattesi potrebbe far deragliare le ipotesi di base. In questo scenario, spiega Lori Heinel, sarebbe logico che gli investitori riconsiderassero l’esposizione ai produttori di semiconduttori, agli operatori di data center e alle piattaforme basate sull’AI, adottando al contempo posizioni più difensive e diversificate.

2. La Cina va a fare shopping

In un mondo segnato dalla rivalità tra Paesi e tensioni crescenti, cosa accadrebbe se il maggior Paese esportatore diventasse improvvisamente il consumatore più vorace del pianeta, non solo per alimentare la crescita, ma per raffreddare le tensioni globali? In questo scenario di Cigno Grigio, la Cina scuote mercati e decisori politici avviando una svolta audace e trainata dalla domanda: lasciare che il renminbi si apprezzi rapidamente e, soprattutto, rivolgersi con decisione all’interno per rilanciare i consumi domestici.

Una mossa calcolata per allentare le crescenti tensioni commerciali con l’Europa e i mercati emergenti, dopo che il surplus commerciale cinese ha superato 1.000 miliardi di dollari nel 2025, prosegue Lori Heinel. Lo squilibrio non riguarda più esportazioni fuori controllo - la crescita dell’export ha appena superato quella del pil - ma una domanda delle famiglie cronicamente debole.

Il governo introduce stimoli dal lato della domanda per sostenere il settore immobiliare, ampliare il welfare sociale e incentivare la spesa delle famiglie. L’apprezzamento controllato del renminbi aumenta il potere d’acquisto, riduce il costo delle importazioni e stimola i consumi, contribuendo al contempo ad allentare le tensioni commerciali.

Se la Cina seguisse la traiettoria statunitense, l’aumento dei redditi dovrebbe tradursi in una crescita graduale dei consumi. L’impatto macroeconomico e di mercato di questa svolta sarebbe significativo. Condizioni globali favorevoli sosterrebbero i settori tradizionali e quelli emergenti come AI e rinnovabili, trainando gli utili e la crescita fondamentale nel 2026. La forza del renminbi e la chiarezza della policy attirerebbero flussi esteri verso azioni e obbligazioni, migliorerebbero il sentiment in tutta l’Asia, sosterrebbero le valute regionali e rafforzerebbero la domanda di materie prime.

In questo scenario, gli investitori dovrebbero privilegiare titoli legati ai consumi, un’esposizione ciclica selettiva e guardare agli esportatori Asean e alle economie basate sulle risorse, mantenendo al contempo posizioni in asset difensivi, suggerisce l’executive vice president di State Street Investment Management.

3. Fortezza Nord America

Il 2026 dovrebbe portare a una potente rivitalizzazione dei rapporti degli Stati Uniti con Messico e Canada, con gli Usa che assumono un ruolo di leadership nella costruzione di una forte alleanza multidimensionale. La prima revisione congiunta dell’accordo Usmca è prevista per metà 2026.

Considerato l’approccio inizialmente adottato dagli Stati Uniti (i primissimi dazi annunciati non erano contro la Cina, ma contro Canada e Messico), si è alimentata la speculazione che l'intero accordo potesse semplicemente crollare. Eppure, potremmo immaginare un futuro in cui si verifichi il contrario: il 2026 inaugura una fase di ricostruzione che ridefinisce l’architettura commerciale e di sicurezza nordamericana. Le rinegoziazioni portano a un quadro economico e commerciale molto più integrato, che lega Canada e Messico in modo assai più stretto all’ecosistema economico, energetico e di difesa statunitense.

«Uno sviluppo di questo tipo non è fuori dal campo del possibile. Sebbene Canada e Messico potrebbero dover essere convinti a entrare in un nuovo accordo che, a prima vista, sembra costruito esclusivamente sulle esigenze statunitensi, le implicazioni sarebbero radicali. Il friendshoring diventerebbe più di un semplice slogan: diverrebbe il perno di una rinascita industriale regionale guidata dagli Stati Uniti. E, per ovvietà, il friendshoring richiede… amici. Messico e Canada sono i candidati naturali e ciò consentirebbe loro di beneficiare di un trattamento preferenziale nella condivisione tecnologica, negli appalti per la difesa e nell’accesso commerciale in tutto il Nord America».

Questo cigno grigio cambierebbe il loro modo di guardare al mondo, poiché un Usmca di questo tipo produrrebbe uno spostamento fondamentale delle catene di fornitura e proietterebbe il Nord America come area manifatturiera ed energetica preminente, in gran parte isolata dagli shock geopolitici che si verificano altrove.

4. Il petrolio schizza verso la soglia dei 100 dollari

I prezzi del greggio sono scesi del 18% nel 2025, registrando il calo più marcato dall’anno pandemico 2020. Anche dopo questa discesa, con prezzi intorno a 60-65 dollari al barile, il consenso generale resta da neutrale a ribassista. Ma cosa succederebbe se i prezzi del petrolio salissero verso cifre a tre zeri?

Nel periodo successivo alla crisi finanziaria globale, i minimi e i massimi annuali dei prezzi del petrolio greggio hanno raggiunto in media quasi il 50% dei prezzi medi annuali. In breve, la possibilità di uno shock dei prezzi del 30%, 40% o addirittura 70% non può mai essere completamente esclusa, date le fasce di negoziazione del petrolio nell'era dello shale negli Stati Uniti.


Un forte aumento dei rischi geopolitici potrebbe compromettere in modo significativo l'approvvigionamento e comportare una deviazione dei flussi petroliferi globali. L'Iran è un importante esportatore di petrolio verso i paesi asiatici e la sua produzione interna è già in difficoltà. E nonostante il recente intervento degli Stati Uniti, ci vorrà ancora molto tempo prima che il Venezuela riesca ad aumentare i livelli di produzione in difficoltà per fare la differenza. Inoltre, nessun grande produttore di petrolio dei mercati emergenti ha recentemente aumentato rapidamente la produzione a seguito di un cambio di regime (ad esempio Libia, Iraq, Russia).


Un cambiamento sostanziale nella domanda indiana e cinese di prodotti petroliferi, insieme a un aumento dei consumi energetici dell’AI, potrebbe contribuire a una contrazione sui prezzi del petrolio, poiché un maggior utilizzo di derivati petroliferi per la generazione di picco e di backup diventerebbe rilevante.

Le ripercussioni di un forte aumento dei prezzi del petrolio sono ampie e di vasta portata. I prezzi del petrolio hanno un impatto sull'intero universo delle materie prime a causa del loro ruolo negli indici, nei costi di trasporto e nei processi di estrazione ad alta intensità energetica (ad esempio, l'estrazione mineraria, l'agricoltura, ecc.). «Il risultato di un aumento sostenuto del prezzo del petrolio greggio potrebbe avere ampie implicazioni per l'inflazione complessiva, la fiducia dei consumatori e le bilance commerciali. Sebbene alcuni elementi di questo cigno grigio si stiano manifestando, lo scenario è ancora poco probabile per il 2026», rassicura Lori Heinel.

5. Quando la normalizzazione è un cigno grigio: focus sullo yen

Si prevede una progressiva normalizzazione della politica monetaria in Giappone, ma cosa accadrebbe se tale consenso venisse rapidamente superato dagli eventi e nel 2026 si verificasse un brusco unwind del carry trade sullo yen? Il seme di questo cigno è stato piantato con l’elezione a sorpresa della prima ministra Sanae Takaichi a ottobre. Se la sua agenda accelerasse l’espansione fiscale, gli investimenti tecnologici e la normalizzazione della curva dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi al punto da segnare una rottura significativa con decenni di politiche ultra-accomodanti, introducendo potenziale volatilità nei flussi di capitale globali, le ripercussioni potrebbero essere molto rilevanti.


Un ulteriore forte deprezzamento dello yen combinato con l'aumento dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi potrebbe catalizzare un unwind del carry trade di lunga data. I fattori chiave potrebbero includere: stimolo fiscale aggressivo (con timori di dominanza fiscale) e crescita salariale che alimentano la domanda interna; una stretta monetaria della Bank of Japan oltre le attese; la determinazione politica a perseguire la normalizzazione della curva dei rendimenti, affrontando distorsioni persistenti di mercato e amplificando i rischi di volatilità.

Inizialmente, uno yen più debole sostiene esportatori e reflazione, ma con l’aumento dei rendimenti dei dei titoli di Stato giapponesi le posizioni di carry a leva affrontano rendimenti in calo e maggior volatilità. Data la dimensione delle operazioni finanziate in yen, una riduzione forzata della leva potrebbe propagarsi su valute, azioni e obbligazioni, creando stress sistemico.

Con la Fed ancora in modalità di taglio dei tassi, un’ulteriore inasprimento della BoJ che comprima il differenziale di policy potrebbe ridurre ulteriormente il gap dei rendimenti. Eppure, lo yen resta debole, una divergenza che potrebbe invertirsi bruscamente e accelerare l’unwind del carry trade.

Un altro fattore critico è il deflusso passivo del bilancio della BoJ. Gli acquisti mensili di titoli di Stato giapponesi sono scesi a meno della metà dei livelli del 2023 e qualsiasi accelerazione del quantitative tightening potrebbe aggiungere ulteriore pressione sulle posizioni finanziate in yen.


Le pressioni di unwind potrebbero innescare rimpatri di capitali, con impatti su Treasury statunitensi, azioni ad alto beta e debito e valute dei mercati emergenti. Shock di liquidità potrebbero prolungare fasi risk-off e aumentare la volatilità nei mercati del credito globale. 

Sebbene a bassa probabilità, è sempre utile considerare quali azioni intraprendere in uno scenario del genere: protezione valutaria: utilizzare opzioni per gestire la volatilità dello yen e sottoporre i portafogli a stress test per movimenti bruschi; gestione della duration: ridurre l’esposizione a obbligazioni globali a lunga scadenza vulnerabili ai flussi di rimpatrio e privilegiare strumenti a duration più breve; diversificazione: allocare in asset resilienti alla liquidità - oro, azioni difensive e credito a breve duration – mantenendo flessibilità per reagire a picchi di volatilità.

6. Incertezze sul debito sovrano innescano uno shock obbligazionario

L’indebitamento pubblico è aumentato nella maggior parte delle economie sviluppate negli ultimi decenni, con un incremento notevole dei costi di servizio del debito sovrano man mano che i tassi di interesse si sono normalizzati dopo la pandemia di Covid-19. Cosa succederebbe se il 2026 vedesse il primo episodio di stress serio nei mercati del debito pubblico?

Sebbene esistano differenze sostanziali nella sostenibilità del debito sovrano tra i Paesi industrializzati, il problema è globale e sistemico. I mercati obbligazionari globali stanno affrontando un aumento dell’offerta di debito pubblico, di cui una quota crescente deve essere assorbita a tassi di mercato. Questo apre la possibilità di forti ri-prezzamenti in aste casuali. I Paesi con deficit primari (deficit di bilancio al lordo degli interessi) comparabili o superiori a quelli Usa, ma con un tasso di crescita nominale del pil molto più basso, potrebbero essere i più vulnerabili nel breve termine.

In questo contesto, nel 2025 i rendimenti delle obbligazioni a lunghissima scadenza delle economie sviluppate non statunitensi sono aumentati drasticamente, in particolare in Giappone, Germania, Francia e Regno Unito. Tra questi, la Francia appare il candidato più probabile per uno shock obbligazionario, poiché deficit elevati si combinano non solo con bassa crescita, ma anche con una crescente crisi politica.


Come potrebbe svilupparsi questo scenario? Prima della fine dell’anno, un aumento delle tensioni interne anticipa una campagna elettorale parlamentare e presidenziale divisiva. Un elettorato frammentato rende difficile per il mercato comprendere la futura composizione del governo francese, provocando forti oscillazioni del sentiment e un improvviso sciopero degli acquirenti di titoli di Stato francesi. Il conseguente balzo dei rendimenti difficilmente resterebbe un fenomeno locale, propagandosi ad altri titoli sovrani europei e dei Paesi sviluppati.

In Europa, questo inatteso e rapido bear steepening delle curve dei rendimenti complica la politica monetaria, portando a tagli dei tassi anticipati e alimentando la speculazione che la Banca Centrale Europea possa dover intervenire direttamente, tornando ad acquistare titoli. Gli effetti, conclude Lori Heinel, si manifestano anche sui mercati valutari, con un indebolimento dell’euro che spinge altre banche centrali a considerare seriamente un allentamento monetario. (riproduzione riservata)



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