Dalla difesa all’intelligenza artificiale, dall’energia nucleare alle infrastrutture digitali, i grandi temi che stanno ridisegnando l’economia globale hanno un denominatore comune sempre più evidente: l’accesso alle materie prime strategiche. Metalli indispensabili per magneti ad alte prestazioni, semiconduttori, sistemi radar, aerospazio, biomedicale e tecnologie verdi, sono diventati il cuore nascosto della competizione tra superpotenze e uno dei nuovi fronti su cui si gioca l’autonomia dell’Occidente.
È proprio dall’intreccio tra innovazione tecnologica, sicurezza nazionale, politiche industriali e grandi flussi di capitale che prende forma un megatrend: una dinamica di lungo periodo capace di trasformare interi settori produttivi e, progressivamente, anche i mercati finanziari. Le terre rare ne rappresentano oggi uno degli esempi più evidenti, perché si collocano al crocevia tra transizione energetica, digitalizzazione e nuovi equilibri geopolitici.
Il tema è al centro del libro «Geopolitica delle terre rare» di Paolo Gila e Maurizio Mazziero, che analizza come questi elementi chimici, pur essendo diffusi sotto la crosta terrestre, risultino complessi e costosi da estrarre e soprattutto da raffinare. Processi altamente inquinanti, progressivamente abbandonati dai Paesi occidentali, hanno favorito la costruzione di una filiera quasi monopolistica in Cina.
«Oggi circa il 90% delle terre rare commercializzate nel mondo è riconducibile alla filiera cinese», conferma Gila. «Una supremazia costruita a partire dalla seconda metà del Novecento, quando Pechino comprese il valore strategico di questi materiali per lo sviluppo industriale e militare. Il risultato è una dipendenza che oggi preoccupa Stati Uniti ed Europa, soprattutto alla luce dell’esplosione della domanda legata alla transizione energetica e all’intelligenza artificiale».
La crescente centralità di questi metalli ha trasformato le materie prime critiche in un vero strumento di potere geopolitico. Controllare le risorse significa controllare intere filiere produttive, dai veicoli elettrici ai sistemi di difesa, dalle reti energetiche ai data center. Non sorprende quindi che lo scontro strategico si stia intensificando attorno alle aree più ricche di risorse.
«La Groenlandia rappresenta uno dei casi più emblematici: secondo stime di istituti internazionali, potrebbe detenere tra il 15% e il 25% delle riserve mondiali potenziali di terre rare», prosegue Gila.
Attorno all’isola artica si stanno muovendo grandi capitali statunitensi, società minerarie già operative e fondi legati ad alcuni dei principali imprenditori tecnologici globali. «L’obiettivo è costruire una filiera integrata che includa estrazione, produzione energetica avanzata e data center per l’intelligenza artificiale, sfruttando il clima per il raffreddamento naturale delle infrastrutture. Una nuova frontiera industriale che rende la Groenlandia uno degli snodi più sensibili della nuova geoeconomia».
Ma come possono tradursi queste dinamiche in strumenti di investimento accessibili anche ai risparmiatori individuali?
Secondo Maurizio Mazziero, analista specializzato in materie prime, la via più immediata passa attraverso gli Etf tematici dedicati alle terre rare e ai metalli critici. All’interno di questi Etf figurano soprattutto aziende impegnate nell’estrazione, «affiancate da produttori di altri minerali strategici come litio, cobalto, vanadio e molibdeno: tutti fondamentali per batterie, elettronica e infrastrutture tecnologiche», aggiunge l’esperto. Dal punto di vista geografico, «la Cina mantiene un peso rilevante, insieme a Stati Uniti, Australia e Canada, dove si stanno ricostruendo filiere alternative per ridurre la dipendenza asiatica».
Il principale vantaggio di questi strumenti è la diversificazione: il rischio legato a una singola società viene attenuato dalla composizione del paniere. Tuttavia il settore resta esposto a forti dinamiche geopolitiche e industriali. «Il comparto non è ancora pienamente maturo», avverte Mazziero. «Il rischio principale è rappresentato dalle politiche cinesi sui prezzi. Un’eventuale strategia di dumping potrebbe mettere in difficoltà le nuove società occidentali e comprimere la redditività dell’intero settore».
Per questo le terre rare si configurano come investimento tematico ad alto potenziale, seppure da collocare con prudenza nella parte satellite del portafoglio, affiancandolo a una solida base diversificata globale. (riproduzione riservata)