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Guerra Italia-Ue sui porti

In ballo la fiscalità sulle attività svolte dalle port authority

Guerra Italia-Ue sui porti

di Nicola Capuzzo
15 gennaio 2021, 10:28 Ultimo aggiornamento: 10:40

De Micheli pronta al ricorso alla Corte di Giustizia, ma per Assoporti servono maniere forti e per Conftrasporto è solo un modo per rimandare il problema

L’Italia ha deciso di andare allo scontro contro Bruxelles nella partita sulla tassazione dei redditi per l’attività economica svolta delle autorità portuali
italiane. Un mese fa, a conclusione di una procedura che si trascina da quasi un decennio, la Commissione Europea ha definitivamente chiesto al nostro
Paese «di abolire le esenzioni dell’imposta sulle società di cui beneficiano i porti italiani allo scopo di allineare il regime fiscale nazionale alle norme Ue in materia di aiuti di Stato. Onde evitare distorsioni della concorrenza, i profitti che le autorità portuali traggono dalle loro attività economiche devono essere assoggettati all’imposizione ordinaria prevista per le società dalla legislazione italiana. La decisione odierna scaturisce dalle indagini della Commissione sulla tassazione dei porti negli Stati membri».

Pochi giorni fa la ministra dei Trasporti Paola De Micheli ha annunciato che l’Italia «farà ricorso alla Corte di Giustizia Europea». Una scelta condivisa da molti e, per la verità, l’unica opzione possibile a meno che il nostro Paese, dopo aver perso l’opportunità negli anni scorsi di negoziare o di far valere le proprie ragioni, voglia accettare tutte le condizioni poste da Bruxelles.

Margrethe Vestager, commissaria per l’antitrust, aveva spiegato chiaramente che, «per tutelare la concorrenza, la Commissione Ue deve garantire che eventuali utili generati dalle attività economiche delle autorità portuali siano tassati come quelli delle altre imprese. La decisione odierna indirizzata
all’Italia - come già quelle rivolte ai Paesi Bassi, al Belgio e alla Francia - ribadisce che concedere ai porti esenzioni ingiustificate dall’imposta sulle società falsa la parità delle condizioni e nuoce alla concorrenza leale. Perciò le esenzioni vanno abolite».

Sul tema è intervenuto anche Daniele Rossi, presidente di Assoporti (l’associazione che rappresenta le port authority italiane), senza mezzi termini: «Se una vicenda del genere fosse capitata agli americani l’avrebbero affrontata in un altro modo, ed è in quel modo che vorrei affrontarla. Per cominciare avrebbero mandato una portaerei della classe Nimitz al largo delle coste del Belgio e dell’Olanda. Le nostre portaerei si chiamano Zunarelli,
Munari e Maresca, tre noti avvocati marittimisti, e quindi dobbiamo mandarli avanti». Insomma, secondo Rossi servirebbe intimorire l’Europa. «Le tasse sul reddito e quindi sui canoni di concessione non mi spaventano. Nel caso ci sarà una contabilità di tipo civilistico e fiscale», ha aggiunto. «Se da una parte avrò i ricavi dai canoni di concessione, dall’altro avrò pure dei costi e quindi degli ammortamenti. Nessuna Commissione può pretendere che un’autorità portuale abbia solo ricavi. Tutti i costi che sostengono le Autorità portuali comunque finanziati devono rappresentare un costo in termini fiscali. Se questo risolvesse la questione non ci penserei un minuto a firmare un accordo con l’Europa». Il presidente di Assoporti auspica dunque
ancora una negoziazione, ma secondo l’Europa il tempo per l’Italia è scaduto.

Tutto il cluster marittimoportuale concorda sul fatto che i governi dell’ultimo decennio abbiano enormi responsabilità sulla (cattiva) gestione della
questione in Italia. Gian Enzo Duci, vicepresidente di Conftrasporto, ha definito la decisione di De Micheli di fare ricorso alla Corte di Giustizia Europea solo un modo per rinviare il problema e scaricarlo ancora una volta sui governi a venire. «Oggi il provvedimento è utile, oltre che necessario, perché consente di prendere tempo. Credo che il Governo sia obbligato ad andare in giudizio in questo momento, ma per spostare le conseguenze di quello che sta succedendo. Avremo guadagnato 24 o 36 mesi di tempo, ma la partita ce la siamo complicata con le nostre mani». Duci infine ha aggiunto: «Non mi sembra che l’Unione Europea ci abbia toccato in modo diretto sul modello giuridico dei porti: identificano solo determinate attività come economiche o non economiche. Le seconde, per esempio le spese per la sicurezza, non vanno chiaramente tassate, mentre ciò che è economico va
tassato. Negli altri Paesi Ue, su 27 ne abbiamo 22 che hanno porti marittimi. Di questi, 21 (a eccezione dell’Italia) vedono la contabilità degli organi che
regolamentano e gestiscono i porti tenuti con modalità privatistiche. Sempre di quei 22, poi, 19 prevedono il pagamento delle imposte su alcuni dei redditi prodotti dalle port authority». Poche insomma secondo Duci le speranze di vincere.

Diversi avvocati marittimisti sono però pessimisti sull’esito del ricorso. Francesco Munari è convinto si possa dimostrare che «le distorsioni della concorrenza sono inesistenti perché le autorità portuali non competono con nessuno». Meno ottimista Davide Maresca, soprattutto dopo che la Francia
è uscita sconfitta in anni recenti su una vicenda simile. Prudente anche Stefano Zunarelli secondo il quale «qualificare le autorità portuali come imprese
è una forzatura». Nel 2018 lo Stato italiano ha incassato quasi 160 milioni di euro per i canoni demaniali e 324 milioni per le tasse portuali, mentre il reddito sul quale l’Europa vorrebbe applicare le tasse ammonta a 550 milioni di euro. (riproduzione riservata)



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