La guerra in Iran «è arrivata a complicare ulteriormente la programmazione economica di imprese, cittadini e governi, in un contesto internazionale già complesso a causa del moltiplicarsi delle tensioni geopolitiche (dall’Ucraina alla striscia di Gaza) e della guerra commerciale scatenata dai dazi voluti da Donald Trump». Ma è del tutto «controproducente fare solo dell’allarmismo in Italia, come nel resto d’Europa e del mondo». Lo suggerisce Giovanni Tria, economista e giurista italiano, scelto per il ruolo di ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Conte I (giugno 2018-settembre 2019), in colloquio con MF-Milano Finanza.
Domanda. In quali aspetti l’Italia è più al sicuro e in quali, invece, deve fare più attenzione?
Risposta. L’Italia oggi non è più debole di altri Paesi sul piano della stabilità economica e dei conti pubblici. Negli ultimi anni, infatti, c’è stato un recupero importante in termini di credibilità: la gestione del bilancio è stata giudicata positivamente, con miglioramenti nei rating, nello spread e nei tassi di interesse. Anche l’occupazione è cresciuta e, sebbene la crescita del pil resti limitata, non risulta particolarmente inferiore a quella di altri Paesi europei. Sul fronte energetico, invece, restiamo particolarmente esposti, in particolare ai flussi di esportazioni dai Paesi del Golfo e all’impatto complessivo sui prezzi di petrolio e gas, anche se sono stati fatti passi avanti sulle rinnovabili. Serve però un piano più concreto e strutturale di investimenti in questo settore per rafforzare l’autonomia energetica italiana, un obiettivo che i diversi shock esogeni degli ultimi mesi hanno dimostrato quanto sia irrinunciabile.
D. Il governo italiano dovrà aggiornare a breve il documento programmatico di finanza pubblica. È realistico attendersi revisioni delle stime dell’esecutivo di ottobre, e aleggia lo spettro della stagnazione se non della recessione?
R. È molto complesso stimare l’impatto della guerra, senza neanche sapere quando effettivamente finirà. Quel che è certo è che, anche se finisse domani, avrà effetti sull’economia. Non solo italiana ma anche internazionale. Quindi ecco che, tornando all’ex Def, è molto probabile che il governo italiano dovrà rivedere al ribasso, seppur lieve, la crescita del pil mentre l’inflazione, che peraltro è ancora molto bassa, subirà un aumento, quantomeno per il 2026. La scommessa è contenere il deficit programmato.
D. Con un ristretto spazio di manovra, cosa dovrà fare concretamente il governo per contenere i danni del conflitto su cittadini e imprese?
R. Bisogna partire da un presupposto: ci sono costi, come quelli legati all’acquisto di energia, che non si possono evitare. Di conseguenza l’aumento del costo delle materie prime e dell’energia importata va affrontato, senza poterlo eludere. Il governo è chiamato, però, a intervenire per evitare che l’impatto dei rincari energetici (sommati alla crescente incertezza) su famiglie e imprese si trasformi nella temuta spirale tra prezzi e salari. Servono, concretamente, misure temporanee e mirate, agendo dal lato dell’offerta, per ridurre i costi e raffreddare le tensioni inflazionistiche. Si tratta, di fatto, di attuare una redistribuzione nel tempo di questi costi: gli interventi pubblici fatti oggi e finanziati temporaneamente con il deficit, andranno poi compensati immediatamente con contributi poi chiesti a cittadini e imprese o con riduzione di altre spese.
D. In questo quadro, una politica monetaria restrittiva della Bce sarebbe un problema per l’economia italiana e del resto dei Paesi europei?
R. Sì, perché i rincari attuali non sono causati da un eccesso di domanda ma da uno shock esterno geopolitico che sta trainando il prezzo delle materie prime energetiche. Dunque una stretta monetaria rischierebbe di comprimere la domanda senza risolvere il problema dell’inflazione, che è da costi, con effetti negativi sulla crescita. L’intervento della Bce si renderebbe necessario solo se si innescasse una vera spirale prezzi-salari, che per ora non è all’orizzonte.
D. A livello europeo quali mosse, invece, aiuterebbero davvero i Paesi membri a contenere i danni causati dal conflitto in Iran?
R. Due in particolare. La prima è una sospensione mirata del Patto di stabilità, non per aumentare indiscriminatamente il deficit, ma per consentire ai governi di gestire l’emergenza energetica e attenuare l’aumento prezzi delle importazioni su cittadini e imprese. La finalità non dovrebbe essere quella di sostenere la domanda ma di raffreddare l’aumento dei costi. La seconda riguarda il sistema Ets, la tassa comunitaria sulle emissioni inquinanti: un blocco temporaneo potrebbe aiutare a contenere i costi energetici. Il governo italiano si sta muovendo su entrambi i binari in sede europea.
D. Il governo Meloni ha perso il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Una minaccia per quel senso di stabilità politica che ha convinto gli investitori e le agenzie di rating sull’affidabilità italiana? Ed eventuali elezioni anticipate che ruolo giocherebbero?
R. Sicuramente rischia di ripresentarsi la percezione di volatilità politica e normativa in Italia. Due fattori che pesano sulle decisioni degli investitori. Bisogna dunque che il governo italiano continui a pensare alle imprese più che ai singoli incentivi, a mantenere la barra sulla stabilità fiscale e finanziaria che crea un ambiente attrattivo per gli investimenti. L’ipotesi di elezioni anticipate darebbe un segnale di instabilità che i mercati penalizzerebbero. Però, per quanto dopo una sconfitta referendaria sia fisiologico qualche scossone politico, non mi sembra si sia reso necessario arrivare a elezioni prima della naturale scadenza della diciannovesima legislatura. (riproduzione riservata)