Dopo tredici notti di bombardamenti, Stati Uniti e Iran hanno sospeso gli attacchi, dando vita a una tregua di fatto, pur senza un accordo ufficiale. Washington ha spiegato che la pausa serve a favorire i negoziati, ma ha avvertito che i raid potrebbero riprendere se Teheran non partecipasse seriamente alle trattative. Anche l’Iran ha promesso di non attaccare finché gli Usa manterranno la sospensione.
La decisione di Donald Trump è legata sia all’apertura diplomatica sia a motivi militari, tra cui le preoccupazioni dei vertici delle forze armate per il consumo di munizioni e sistemi difensivi. Secondo funzionari Usa citati dal quotidiano Wall Street Journal il Pentagono era pronto a lanciare venerdì un’intensa campagna di attacchi contro la Repubblica islamica dalla durata potenziale di due settimane, ma l’operazione è stata rinviata anche per valutare gli effetti del consumo di missili Patriot e di altri missili intercettori.
L’Iran si è detto disponibile a riprendere i colloqui, con la mediazione dell’Oman e possibili incontri a Ginevra, Doha o Islamabad. L’obiettivo immediato è garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz e ridurre le tensioni, mentre un accordo sul nucleare resta lontano.
Lo Stretto di Hormuz rimane il punto più critico della crisi: il traffico marittimo è rallentato, i costi assicurativi sono aumentati e un nuovo incidente potrebbe far fallire rapidamente la tregua.
Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato al canale israeliano News 12 che Washington sta «avendo colloqui approfonditi con l'Iran. Se non avranno successo, torneremo ad un’azione militare decisa». Il presidente Trump ha, inoltre dichiarato di aver deciso di sospendere gli attacchi americani contro l’Iran per dare un’altra possibilità ai negoziati, ma ha sottolineato che potrebbe ordinare un ritorno a un’azione militare più incisiva se gli sforzi diplomatici fallissero.
Infine, in merito all’incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Trump ha specificato che parlerà con lui «del fatto che, se non fossi presidente, l’Iran avrebbe già le armi nucleari e Israele sarebbe stato distrutto».
I ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato nuovi attacchi con droni contro le infrastrutture petrolifere saudite. «Diversi obiettivi sensibili e siti coinvolti nell’instradamento e nel trasporto del petrolio greggio dall’est dell'Arabia Saudita verso Yanbu», la città portuale dove l’oleodotto East-West della monarchia del Golfo sbocca sul Mar Rosso, «sono stati colpiti con diversi droni», ha dichiarato il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree.
Negli ultimi giorni Riad e gli Houthi si sono scambiati attacchi, dopo che i ribelli yemeniti avevano annunciato il 20 luglio l’intenzione di bloccare il traffico navale nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden delle navi saudite.Intanto però, il ministero della Difesa saudita sostiene che le forze armate hanno intercettato e distrutto diversi droni lanciati dall’Iraq contro infrastrutture petrolifere, accusando gruppi armati sostenuti dall’Iran di essere responsabili dell’attacco. Riad ha quindi invitato Baghdad ad «adottare tutte le misure necessarie per impedire che il proprio territorio venga utilizzato come punto di partenza per aggressioni». I gruppi armati filo-iraniani con base in Iraq non hanno però rivendicato alcun attacco nella regione dalla ripresa delle ostilità tra Washington e Teheran all’inizio del mese.
«Non abbiamo mai chiesto colloqui con gli Stati Uniti a Ginevra o a Islamabad, come sostengono alcune notizie inventate. Non è nella nostra natura. Ciò che per noi è stato importante, nei negoziati con gli Stati Uniti e nei colloqui con i mediatori, sono stati solo gli interessi nazionali e la sicurezza dell’Iran, e decideremo di conseguenza. Non permetteremo agli Stati Uniti di determinare il momento della guerra o della pace»: lo ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei, aggiungendo: «Gli Stati Uniti sono impantanati in un pantano di guerra da cinque mesi. Washington sta semplicemente annaspando nella situazione disastrosa che si è creata insieme al regime sionista». I mediatori continuano a trasmettere messaggi tra gli americani e l’Iran, ma non ci sono negoziati in corso, ha aggiunto.
Durante la riunione di gabinetto, in vista dell'incontro con Donald Trump domani alla Casa Bianca, il premier Benjamin Netanyahu avrebbe informato i suoi ministri che gli Usa premono perché Israele ritiri le sue truppe dalle ‘zone di sicurezza’ in Siria, Libano e nella Striscia di Gaza. Lo riporta Channel 13 citando fonti di sicurezza israeliane, e sottolineando che Netanyahu ha affermato che '«si opporrà con tutte le sue forze» alla richiesta. L’incontro tra Trump e Netanyahu è il primo dopo l’inizio dell’attacco congiunto all’Iran il 28 febbraio, quando il vertice precedente alla Casa Bianca si era svolto l’11 febbraio.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è in viaggio per Washington, DC. Domani 28 luglio è previsto l’incontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca. Inoltre, il premier prenderà parte ai funerali del senatore Lindsey Graham. Il rientro di Netanyahu è previsto per giovedì.
«Abbiamo molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e molte più di quelle di cui abbiamo bisogno». Lo ha dichiarato il presidente Usa, Donald Trump, al Wall Street Journal, alla luce delle notizie di stampa secondo le quali ha sospeso l’escalation contro l’Iran per dare spazio alla diplomazia internazionale ma anche per consentire una valutazione dell'impatto della diminuzione delle scorte di armi.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato su Truth Social due immagini generate dall'intelligenza artificiale, contenenti minacce contro l’Iran. Una di esse mostra un aereo che attacca l’isola di Kharg nel Golfo Persico. La seconda immagine ritrae Trump in piedi sul ponte di una nave con la bandiera americana issata, mentre una bandiera iraniana viene gettata sulla nave, con la scritta sopra l’immagine: «Adesso è la nostra petroliera!». (riproduzione riservata)