Gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova ondata di attacchi contro l’Iran nella notte tra il 12 e il 13 luglio dopo un fine settimana di fuoco incrociato dovuto alle tensioni tra i due Paesi per il controllo dello Stretto di Hormuz.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha affermato di aver completato «una nuova ondata di attacchi offensivi contro l’Iran» il 12 luglio, «colpendo decine di obiettivi in diverse località con munizioni di precisione per indebolire la capacità dell'Iran di continuare ad attaccare il traffico marittimo internazionale che attraversa lo Stretto di Hormuz».
Nel fine settimana le tensioni si sono acuite dopo che i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto. Tuttavia, secondo il Centcom la via è «aperta a tutte le imbarcazioni». Anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha confermato questa versione alla Cnn.
«Manterremo il controllo dello Stretto e probabilmente lo gestiremo. Diventeremo i custodi dello Stretto. Forse lo chiameremo l’angelo custode dello Stretto, e dovremmo essere risarciti per questo», ha scritto il presidente Donald Trump sul social Truth.
Il capo della Casa Bianca rincara così la dose su un tema caldo e cioè quello del controllo di Hormuz, che Usa e Iran si contendono per la sua importanza strategica.
Risale a qualche settimana fa una proposta simile da parte di Teheran che, insieme all’Oman, aveva paventato l’idea di chiedere un pedaggio alle navi che transitassero per lo Stretto.
Il ministro della Difesa yemenita Taher al-Aqili ha dichiarato che lo Yemen «risponderà in modo appropriato» alle ripetute violazioni dello spazio aereo nazionale da parte di Teheran e degli Houthi, la milizia yemenita filo-iraniana, denunciate da Aden nella mattinata italiana.
«Nonostante gli sforzi instancabili dei nostri fratelli e amici, e nonostante le mediazioni e i buoni uffici volti a contenere la situazione, le milizie Houthi hanno insistito nel voler accogliere un nuovo volo iraniano al di fuori dei quadri giuridici e sovrani che regolano l’aviazione civile», si legge nella dichiarazione rilasciata da Rashad Muhammad Al-Alimi, presidente del Consiglio di leadership presidenziale (Plc), il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale.
«Questa mossa riflette un deliberato disprezzo per le istituzioni statali e un palese rifiuto di ogni sforzo volto a impedire che lo Yemen precipiti in un’ulteriore escalation», ha accusato Al-Alimi, aggiungendo che «riteniamo le milizie terroristiche Houthi pienamente responsabili di questa escalation e di tutte le sue ripercussioni che potrebbero compromettere la sicurezza e la stabilità dello Yemen».
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha affermato di aver lanciato attacchi missilistici e con droni sul installazioni americane in Barhein e Oman, avvertendo che «l’unico modo per riaprire Hormuz al traffico navale è porre fine agli interventi aggressivi della forza militare statunitense in questo stretto e rispettare la sovranità dei paesi sulle proprie acque costiere».
Le sirene sono suonate anche in Giordania, dover il governo ha dichiarato di aver intercettato almeno quattro missili lanciati da Teheran. Nel frattempo è di un morto e sette feriti il bilancio di un attacco statunitense nell’Iran Centrale, secondo i media iraniani. Ancora rialzi sul petrolio, col Brent a quota 77,4 dollari e il Wti a 72,7 dollari.
Gli scontri nel Golfo hanno fatto risalire i prezzi dei beni energetici. Il gas al Ttf di Amsterdam, hub di riferimento per il mercato europeo, sale (+2,3%) a 50 euro al megawattora nei primi scambi. Anche i prezzi del petrolio hanno aperto in forte rialzo: il greggio Brent con consegna a settembre - benchmark internazionale - è salito del 4,5% a 79,4 dollari al barile. Il petrolio Wti con consegna ad agosto è aumentato del 4,6%, a 76,4 dollari al barile. (riproduzione riservata)