La Groenlandia non è solo un’isola coperta di ghiaccio. E non è nemmeno soltanto un enorme appezzamento di terra da 2,2 milioni di chilometri quadrati - all’incirca come Francia, Spagna e Germania messe assieme - che con lo scioglimento della calotta artica promette nuove rotte commerciali da percorrere, terre rare da estrarre e giacimenti petroliferi sottomarini da sfruttare.
Per Donald Trump è qualcosa di più: un avamposto per la sicurezza nazionale americana, un crocevia militare e commerciale in un’area destinata a ridisegnare gli equilibri globali. D’altronde, per il presidente americano il territorio autonomo della Danimarca è sempre stato qualcosa di più. Tant’è che già nel 2019, durante il primo mandato, aveva evocato apertamente l’ipotesi di acquistarla dalla Danimarca, definendola strategica per risorse, posizione e sicurezza nazionale.
Subito respinta al mittente e bollata come «assurda», la proposta del tycoon non era certo una novità in senso assoluto. A fine ‘800 Washington aveva valutato un acquisto congiunto di Groenlandia e Islanda per 5,5 milioni di dollari, mentre nel 1946 Harry Truman arrivò a offrire 100 milioni di dollari in oro per l’isola (oggi pari a 1,6 miliardi di dollari adeguati all’inflazione). Nessuna delle due proposte fu accettata, anche se nel 1951 venne firmato un trattato che favorì la presenza militare americana permanente su suolo groenlandese, oggi ancora concentrata nella Pituffik Space Base.
Ciò nonostante per Trump l’Isola resta una «necessità assoluta» tanto che la Casa Bianca ha ammesso che «il presidente sta attivamente discutendo l’acquisto» della Groenlandia. La domanda, allora, è inevitabile: a che prezzo? Quanto potrebbe valere la Groenlandia? Un studio condotto dall’American Action Forum prova a rispondere utilizzando due diverse metriche che portano a cifre molto differenti.
La prima si basa su «cosa ottieni»: le risorse minerarie. Sommando il valore di mercato delle principali riserve note - petrolio, gas naturale, terre rare, rame, litio, grafite, nichel, metalli del gruppo del platino - il conto arriva a circa 4.400 miliardi di dollari. Escludendo petrolio e gas, che la Danimarca a oggi non intende sfruttare, il valore scende però a 2.700 miliardi. Ma le cifre sono decisamente teoriche dal momento che solo una piccola parte delle risorse è economicamente estraibile (oggi sull’isola sono operative solo due piccole miniere). Applicando un criterio più realistico, basato sulle riserve effettivamente sfruttabili con le tecnologie e i costi attuali, il valore si riduce a circa 186 miliardi di dollari.
La seconda metrica ribalta la prospettiva e guarda non tanto a cosa offre la Groenlandia, ma a dove si trova. La sua posizione, al centro delle rotte tra Nord America, Europa e Russia, è paragonabile a quella dell’Islanda, altro snodo chiave dell’Atlantico settentrionale. Utilizzando il valore medio del territorio islandese - circa 1,28 milioni di dollari per chilometro quadrato - e applicandolo all’estensione della Groenlandia, la stima sale a 2.760 miliardi di dollari. Per avere un termine di paragone, il più grande acquisto territoriale degli Stati Uniti, la Louisiana nel 1803, costò il 3% del pil americano dell’epoca; l’Alaska, nel 1867, lo 0,09%.
Oggi una valutazione da 186 miliardi equivarrebbe a circa lo 0,6% del pil Usa: una cifra elevata, ma non così fuori scala nella storia americana. Ma davvero sarebbe l’affare del secolo? Le risorse groenlandesi restano costose da estrarre e complesse da stimare, mentre sul piano militare la postura americana è prudente: una sola base, poche centinaia di uomini, ben lontani dai numeri della Guerra fredda. Forse l’amministrazione Usa, scrive il Wall Street Journal, dovrebbe prendere atto che il Paese ha già in mano una regione che offre le stesse cose: l’Alaska. (riproduzione riservata)