L’era della “peak tv” è finita. Non tornerà più. Stretti fra la concorrenza dei social media e il focus sulla redditività, le maggiori piattaforme di streaming video frenano sugli investimenti. La tendenza, già emersa lo scorso anno, trova conferma nei dati del 2025. Le produzioni commissionate di contenuti scripted (come le serie e i film) sono scese nel primo semestre in tutta l’Europa Occidentale, compresa l’Italia, evidenziando però caratteristiche distintive nei vari Paesi.
A livello globale, secondo i dati di Ampere Analysis, il numero di contenuti scripted commissionati dai sei principali streamers (Apple, Amazon, Disney+, Hbo Max, Netflix e Paramount+) nella prima metà del 2025 è diminuito del 24% su base annua, passando da 318 titoli a soli 242. Un calo che riflette la revisione delle strategie di finanziamento dei contenuti originali da parte dei servizi di streaming.
Guardando alle aree geografiche, è l'Europa occidentale a soffrire di più, con volumi in calo del 44%, in particolare nel genere crime & thriller, che da tempo hanno costituito una componente chiave delle produzioni degli streamer nella regione. Il Nord America si è invece mantenuto stabile a 95 titoli, in linea con i livelli del primo semestre 2024, mentre l'America Latina ha sfidato il trend con un aumento del 17%.
E in Italia? I principali streamer, se si confrontano le stime per il 2025 con i dati 2024, aumentano gli investimenti in valore (da 1,4 a 1,5 mld di dollari), ma commissionano meno titoli. I 22 titoli di quest’anno si contrappongono ai 29 del 2024, ma soprattutto sono un terzo di quelli del 2023. Meno produzioni quindi, ma con budget più alti. La più attiva si conferma Netflix, che in controtendenza li ha incrementati da 10 a 13, seguita da Amazon che da 13 è passata però a 8. Rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia non è messa così male. Nel Regno Unito, sempre considerando i sei big delllo streaming, si è passati (dal 2024 al 2025) da 49 a 17 titoli, in Spagna da 42 a 28 , in Francia da 41 a 10 e in Germania da 22 a 14. Segno che l’Italia, in particolare per Netflix, resta un mercato con buone potenzialità.
«Il rallentamento a livello globale delle produzioni scripted non è temporaneo, ma permanente, perché le dinamiche nel settore dello streaming sono molto cambiate», dice Guy Bisson, direttore esecutivo di Ampere Analysis.
Per quali ragioni? Innanzitutto il mercato dello streaming è saturo, soprattutto nell’Europa occidentale, dopo l’arrivo di nuovi operatori, e per la competizione sempre più forte, per accaparrarsi l’attenzione del pubblico, da parte di YouTube e Tik Tok. Poi c’è il focus sulla redditività, con tutte le maggiori piattaforme video che sono in utile o sperano di arrivarci per la fine dell’anno.
Altro fattore centrale è la pubblicità, che comporta cambiamenti notevoli nella strategia: la pratica del binge watching (l’abbuffata televisiva) non è più fra le priorità a cui indirizzano l’audience le piattaforme, che preferiscono invece una visione regolare, tipicamente a cadenza settimanale, che rappresenta un appuntamento più gradito per gli inserzionisti pubblicitari. Gli stessi che sono disposti a investire cifre consistenti nei contenuti legati allo sport (show o eventi dal vivo), perché costituiscono un bacino largo e più facile da targetizzare.
Alle costose produzioni originali, gli streamer preferiscono inoltre dare più spazio ai contenuti in licenza, come nel caso di alcuni scripted drama acquisiti da Netflix che su questa piattaforma hanno avuto una seconda vita.
In sintesi, si contrappongono esigenze non facili da conciliare, in un settore in cui le Ip (Intellectual property) continuano a fare la differenza, essendo risorse incredibilmente resilienti e di lunga durata. Basti pensare che le prime 20 Ip a livello globale di oggi (come Star Wars, Barbie, Batman) sono state create in media 45 anni fa..(riproduzione riservata)