L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, membro dell’Opec+, rischia di provocare un grave blocco delle forniture di petrolio in Medio Oriente che, nello scenario peggiore, potrebbe innescare una recessione globale. Lunedì 2 marzo il petrolio Wti americano sale del 7,9% a 72,35 dollari il barile, il Brent dell’8,9% a 79,4 dollari, il gasolio da riscaldamento del 14,7% a 2,97 dollari, mentre il gas scambiato al TTF di Amsterdam balza del 44,8% a 46,3 euro il megawatt all’ora.
L’Iran è il quarto produttore di petrolio dell’Opec+ con 3 milioni di barili al giorno estratti. La Repubblica Islamica si affaccia sullo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo più importante al mondo per il commercio globale di petrolio.
Il mercato ha a lungo ignorato il rischio di un’interruzione delle forniture in Medio Oriente. Secondo Bob McNally, ex consigliere energetico della Casa Bianca sotto l’ex presidente George W. Bush, i mercati stanno sottovalutando gli effetti della ritorsione iraniana contro gli Stati Uniti. «Questa è una situazione seria», ha detto McNally, fondatore e presidente di Rapidan Energy.
Secondo McNally, l’Iran potrebbe cercare di mettere sotto pressione il presidente Usa, Donald Trump, rendendo insicuro lo Stretto di Hormuz per il traffico commerciale, spingendo così i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile. Il mercato non tiene conto del fatto che Teheran dispone di ampie scorte di mine e missili a corto raggio in grado di compromettere seriamente il traffico nel passaggio marittimo.
Nel 2025 sono transitati attraverso lo Stretto oltre 14 milioni di barili al giorno, un terzo delle esportazioni mondiali di greggio via mare, secondo i dati della società di consulenza energetica Kpler. Circa tre quarti di questi barili erano diretti verso Cina, India, Giappone e Corea del Sud. La Cina, seconda economia mondiale, riceve dallo Stretto metà delle importazioni di greggio.
«Una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz porterebbe alla recessione globale», ha avvertito McNally. Oggi nel Golfo sono stati caricati oltre 20 milioni di barili di greggio da Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, ha scritto Matt Smith, analista di Kpler. Alcune petroliere sono state viste deviare il tragitto per evitare di passare in zona di guerra.
La capacità produttiva inutilizzata di petrolio mondiale proviene dagli Stati del Golfo e, in caso di chiusura, non potrebbe transitare attraverso lo Stretto, restando di fatto esclusa dal mercato, ha spiegato McNally. Inoltre, il 20% delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto passa attraverso lo Stretto, soprattutto dal Qatar e non può essere facilmente sostituito. «Ci saranno accaparramenti, soprattutto da parte dei Paesi asiatici, grandi importatori di petrolio e gas, una volta effettuata la chiusura di Hormuz», ha detto McNally. «Si scatenerebbe un guerra di offerte al rialzo».
Secondo l’analista, i prezzi del petrolio dovrebbero salire abbastanza da provocare una recessione economica che riduca la domanda e riequilibri il mercato. Solo una piccola parte del greggio che transita nello Stretto potrebbe essere reindirizzata altrove. L’Arabia Saudita dispone di un oleodotto che attraversa il Paese fino al Mar Rosso. Gli Emirati Arabi Uniti hanno un oleodotto che termina nel Golfo di Oman, bypassando lo Stretto di Hormuz.
L’Iran ha lanciato nel weekend attacchi missilistici contro le basi Usa in Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Attacchi che potrebbero influire sul traffico dello Stretto di Hormuz, ha avvertito Tom Kloza, consulente del settore petrolio e gas. «L’attacco iraniano contro altri Paesi del Golfo Persico cambia la portata delle azioni e mette pressione le compagnie assicurative che potrebbero aumentare molto i premi per le petroliere dirette a Hormuz o rifiutarsi di assicurare il traffico», ha sottolineato Kloza.
L’amministrazione Trump potrebbe attingere alla Riserva Strategica di Petrolio se i prezzi dovessero impennarsi, il commento di Kevin Book di ClearView Energy Partners. La riserva dispone attualmente di 415 milioni di barili, secondo i dati del Dipartimento dell’Energia. «Tuttavia, lo ripetiamo: nelle crisi di offerta contano la durata e la dimensione», ha scritto Book in una nota ai clienti. «Una crisi totale a Hormuz potrebbe superare la capacità di compensazione delle scorte strategiche degli Stati Uniti e dei membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia».
Secondo gli analisti, gli scenari possibili vanno da interruzioni limitate delle esportazioni iraniane fino a un blocco totale dello Stretto. L’incubo per i mercati non riguarda solo la perdita dei barili iraniani, ma un’interruzione più ampia del traffico marittimo. «Le prime indicazioni suggeriscono un attacco su larga scala contro l’Iran, con contrattacchi che potrebbero coinvolgere più Paesi del Golfo», il commento di Saul Kavonic di Mst Marquee.
I mercati inizialmente prezzerebbero una serie di rischi: dalla perdita di fino a 2 milioni di barili al giorno di export iraniano, attacchi contro infrastrutture locali, nel caso estremo, all’interruzione di Hormuz. «Se il regime iraniano ritenesse di trovarsi di fronte a una minaccia esistenziale, non si può escludere un tentativo di bloccare lo Stretto», ha avvertito Kavonic, pur aggiungendo che gli Stati Uniti e gli alleati probabilmente dispiegherebbero scorte militari per proteggere le rotte marittime.
Se l’Iran riuscisse a chiudere lo Stretto, le implicazioni per il mercato globale del petrolio sarebbero gravi. «Potremmo trovarci di fronte a uno scenario tre volte più grave rispetto all’embargo petrolifero arabo e alla rivoluzione iraniana degli anni ’70, con prezzi del petrolio a tre cifre e prezzi del gas Gnl vicini ai massimi record del 2022», ha osservato Kavonic.
Andy Lipow, presidente di Lipow Oil Associates, ritiene che gli attacchi stanno alzando molto il rischio di un’interruzione delle forniture anche se finora le infrastrutture iraniane non sono state colpite direttamente. Per l’esperto lo scenario peggiore è «un attacco alle infrastrutture petrolifere saudite seguito dalla chiusura completa dello Stretto di Hormuz». Stima la probabilità di questo scenario intorno al 33%, considerando che l’Iran potrebbe sentirsi con le spalle al muro.
Nel frattempo, i dati di venerdì hanno mostrato che i prezzi alla produzione negli Stati Uniti sono aumentati più del previsto a gennaio, segnalando che le aziende stanno trasferendo ai consumatori i costi dei dazi e complicando il percorso verso eventuali tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Tuttavia, i mercati prezzano ancora due tagli dei tassi da 25 punti base quest’anno, alla luce delle speculazioni secondo cui le recenti turbolenze di mercato potrebbero spingere la banca centrale ad allentare la politica monetaria.
In Europa, i mercati monetari attribuiscono ora solo una probabilità del 30% di un taglio dei tassi da parte della Banca Centrale Europea entro dicembre. (riproduzione riservata)