La speranza che lo Stretto di Hormuz inizi a liberarsi e il corridoio del petrolio attraverso l’Iraq e la Turchia fanno scendere i prezzi del greggio. Mercoledì 18 marzo il Wti cede il 3,6% a 92,7 dollari, il Brent il 2,11% a 101,2 dollari, mentre alle ore 7:40 italiane il Nikkei balza del 2,8% grazie ai titoli tech e AI, l’Hang Seng sale dello 0,85 e Shanghai dello 0,15%. Il rendimento del T bond decennale scende dal 4,20% al 4,182%, mentre i futures sul Nasdaq corrono (+0,7%).
Le esportazioni del Giappone sono cresciute del 4,2% su base annua a febbraio 2026, rallentando rispetto al +16,8% di gennaio e segnando il ritmo più debole da ottobre a causa della domanda più fiacca da Cina e Stati Uniti.
Le importazioni sono invece aumentate del 10,2%, il ritmo più veloce da luglio 2024, sostenute da una domanda interna solida dopo gli stimoli varati da Tokyo a novembre.
I futures sul greggio Wti sono scesi sotto i 93 dollari al barile mercoledì, invertendo i guadagni della sessione precedente dopo che l’Iraq ha raggiunto un accordo per riprendere le esportazioni di petrolio attraverso il porto turco di Ceyhan, riducendo le preoccupazioni per le interruzioni dell’offerta legate alla guerra con l’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre intensificato gli sforzi per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche se finora i Paesi alleati hanno respinto l’appello del presidente Usa, Donald Trump, a contribuire alla sicurezza della navigazione.
L’Iran ha comunque consentito il passaggio sicuro ad alcune navi, a seconda della loro bandiera. Nel frattempo, i media statali iraniani hanno confermato la morte di Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Teheran ha intanto intensificato gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo compresi i raid nella provincia orientale dell’Arabia Saudita.
La premier giapponese Sanae Takaichi affronta uno dei test più difficili dei cinque mesi di mandato con la visita alla Casa Bianca prevista per giovedì, dopo che Trump ha chiesto al Giappone di inviare navi da guerra nello Stretto di Hormuz. La richiesta ha generato forte preoccupazione tra i funzionari giapponesi che finora si erano concentrati su accordi di investimento per soddisfare il presidente e sul rafforzamento del sostegno politico a Takaichi, anche alla luce delle critiche mosse dai cinesi sulle sue dichiarazioni riguardo a un possibile ruolo del Giappone in caso di attacco della Cina a Taiwan.
Secondo Kurt Campbell, ex vice segretario di Stato Usa, Trump eserciterà una «pressione enorme» su Takaichi perché assuma un impegno militare nella campagna americana contro l’Iran. Il Giappone avrebbe preferito osservare le mosse degli altri alleati, ma, essendo il primo partner a visitare la Casa Bianca dopo l’attacco Usa all’Iran, Takaichi si prepara a uno degli incontri più delicati nello Studio Ovale dell’era Trump.
«Sembrerà un anfiteatro, con i due seduti circondati dalla stampa», ha detto Campbell, oggi presidente della società di consulenza Asia Group. «Il presidente vorrà mettere in evidenza un contributo giapponese allo sforzo bellico… chiederà impegni concreti e, se Tokyo offrirà solo dichiarazioni generiche, non sarà soddisfatto», ha aggiunto. «Non credo ci sarà uno scontro come con Zelensky, ma potrebbero esserci momenti di tensione». In Giappone c’è stato un certo sollievo dopo che martedì Trump ha dichiarato di non aver bisogno dell’aiuto degli alleati, ma i funzionari restano nervosi, dato che il presidente ha già cambiato posizione sul tema. Alcuni a Tokyo considerano questo vertice come il più difficile nei rapporti tra Giappone e Stati Uniti nella memoria recente. (riproduzione riservata)