La storia dell'AI comincia con Alan Turing, geniale matematico inglese noto per la decifrazione del codice segreto degli U-Boot tedeschi che ha ispirato libri e film. La rivista Mind pubblicò nel 1950 un articolo dal titolo provocatorio Can machines think?.
Rifuggendo da implicazioni filosofiche, teologiche e di altra natura che hanno prodotto fiumi di carta su questo tema, Turing propose il gioco dell'imitazione come un criterio pratico, ingegneristico, per determinare se una macchina sia in grado di esibire un comportamento intelligente.
Questa pietra miliare, un gedankenexperiment che sarebbe piaciuto a Einstein, prevede un giudice umano, un uomo e una macchina posti in locali separati. Dialogando con messaggi testuali a distanza, il giudice deve scoprire quali risposte vengono date dall'uomo e quali dalla macchina. Se è in dubbio l'attribuzione, allora per Turing la macchina va definita intelligente, nel senso che agisce con un comportamento simile a un umano, indipendentemente da comprensione, autocoscienza, finalità etc.
Questo paradigma, noto oggi come AI debole, focalizzata su un compito ristretto, si contrappone all'AI forte, che richiederebbe autocoscienza. Profetizzando il raggiungimento dell'AI debole intorno al 2000, Turing non sbagliò di molto. In molti campi specifici complessi oggi macchine ben allenate mostrano comportamenti simili o migliori degli umani; già nel 1996 Ibm Deep Blue fu il primo computer a vincere a scacchi contro il campione del mondo in carica Garry Kasparov. (riproduzione riservata)
* docente di Data Science for Insurance all'Università di Trieste e di Big Data Management al Mib di Trieste